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Chardin, genio per ripiego

«Non si capisce nulla di questa magia» disse Diderot del pittore francese che, negato nella figura ed esitante nel ritratto, proiettò una Cenerentola, la natura morta, nella storia dell’arte moderna

Jean-Siméon-Chardin, «Bambina che gioca col volano» o «La bambina col volano», 1737, olio su tela, cm 81 x 65. Parigi, collezione privata © The Bridgeman Art Library, foto Peter Willi

Ferrara. Dal 17 ottobre al 30 gennaio Palazzo dei Diamanti ospita «Chardin. Il pittore del silenzio» la prima mostra dedicata  in Italia  al pittore francese (1699-1779), che dal 28 febbraio al 29 maggio 2011 si trasferirà al Prado di Madrid. La retrospettiva è curata dal massimo esperto di Chardin, Pierre Rosenberg,  del quale pubblichiamo un estratto del saggio in catalogo (Ferrara Arte).

(…) Nel Seicento ogni grande nazione europea ha avuto il suo pittore di genio, che è stato motivo di fierezza come fosse un eroe nazionale. Rembrandt, Rubens, Elsheimer, Velázquez, Poussin, Caravaggio (e Bernini)... (...) Il Settecento non regge il confronto. (...) si sarebbe dovuto attendere fino alla seconda metà del secolo prima che due artisti tornassero a imporsi sulla scena europea: Goya, nato nel 1746, e David, di due anni più giovane (... per completezza citerei anche Piranesi, che nacque nel 1720). Quattro pittori francesi possono, a vario titolo, aspirare a questo ambito primato: Antoine Watteau (1684-1721), François Boucher (1703-65), Jean-Honoré Fragonard (1732-1806) e naturalmente Jean Siméon Chardin (1699-1779) [che] occupa un posto a parte. Già noto quando era in vita, divenne veramente popolare solo nella seconda metà dell’Ottocento, quando furono riscoperte dapprima le sue scene di genere, non vi era umile casa in Francia in cui non fosse appesa una riproduzione del Benedicite (...), poi, un secolo dopo, le sue nature morte (…). In apparenza non vi è niente di più semplice dell’arte di Chardin. (…) Nulla è più banale di queste lepri o questi conigli morti, di questi utensili da cucina, di queste scene (una donna che prende il tè, un ragazzo che fa delle bolle di sapone) e di questi ritratti a pastello. (…) Ma si tratta di una semplicità ingannevole, che ha messo in imbarazzo gli storici dell’arte e persino gli scrittori, in particolare il grande Denis Diderot (1713-84), il quale dovette ammettere che «non si capisce nulla di questa magia». (…) Nato a Parigi nel 1699 in una famiglia di artigiani, egli si sentì attratto dalla pittura. (…) Scelse come maestro (o forse la scelta fu di suo padre, un costruttore di biliardi) Pierre-Jacques Cazes (1676-1754), «uno dei più abili pittori d’allora», come afferma Charles-Nicolas Cochin (1715-90), uno dei primi biografi di Chardin (…). (…) Sotto la guida di Cazes, Chardin imparò a disegnare e studiò la pittura di storia; ricevette così, indirettamente, l’insegnamento che l’Accademia reale di pittura e scultura riservava a quelli che sceglieva di formare. (…) Chardin faceva scarsi progressi nello studio della pittura di storia (...). Così finì per rinunciare e per scegliere un’altra strada (…). Chardin non compì il tradizionale viaggio a Roma. Dell’Italia conosceva soltanto i quadri appartenenti al re, al duca di Orléans e alle grandi collezioni parigine dell’epoca. Invece, dei maestri dei Paesi Bassi, del nord e del sud, il mondo cui era legato da una certa affinità, a Parigi poteva vedere moltissime tele. (…) Chardin aveva scelto di dimenticare le opere dei suoi predecessori e dei suoi contemporanei, di mettere da parte quello che aveva imparato da Cazes (...). Egli guardava. E guardava ancora. Quando prendeva in mano i pennelli dopo aver accuratamente disposto su un piano di pietra alcuni utensili da cucina o della selvaggina, o aver messo in posizione, scegliendo la prospettiva più armoniosa, (...) una ragazzina con in mano una racchetta e un volano, dedicava ore e ore alla ricerca della migliore armonia cromatica, alla resa perfetta (...) dei riflessi di luce, della qualità delle ombre, del respiro impercettibile degli oggetti e degli esseri, dell’aria che li avvolgeva. (...) Come scrisse Mariette (1749), «la sua pennellata non ha niente di facile». È vero, Chardin penava. (...) Cercò instancabilmente la perfezione, mai soddisfatto. Sapeva che non gli era facile raffigurare l’azione, dipingere il movimento, e di questa debolezza fece un punto di forza: trasformò la sua non-facilità in un’espressività originale che non ha eguali nell’arte settecentesca. (...) Da giovane disegnò, realizzò alcuni nudi maschili, copiò dal vero delle figure che avrebbe inserito nelle sue prime scene di genere. Ma invano. Presto mise da parte il disegno (…). Si sarebbe dedicato al mondo inanimato, ritraendo, unico nel Settecento a usare tale metodo, degli oggetti disposti davanti a sé, a una certa distanza dal cavalletto. (...) Avrebbe dipinto quello che vedeva, nient’altro che quello che vedeva, rifuggendo il movimento. (...) Sceglieva soggetti che non si lasciavano raccontare, seguendo in tal senso una direzione opposta a quella dei principali artisti del secolo. (...) Gli incisori che tradussero le sue opere aggirarono l’ostacolo apponendo alle stampe delle didascalie, che nei casi migliori avevano un intento descrittivo. (…) A volte però stravolgevano il senso delle scene di genere insistendo sugli aspetti aneddotici. (…) [Queste stampe] erano fatte per la media borghesia che non aveva i mezzi per acquistare i dipinti originali. Esse trasformavano i quadri di Chardin in scenette aneddotiche che il grande pubblico poteva comprendere facilmente. (...) Vendevano molto bene assicurando ottimi profitti all’artista, che incassava quelli che oggi chiameremmo diritti d’autore. Chardin, i cui esordi furono difficili, non morì povero: la sua fortuna fu stimata in 77.000 livres, la metà di quella di Boucher (...). (…) In questo «secolo delle donne» vi fu forse un’arte più casta, più pudica della sua? In essa non mancano i personaggi femminili, che l’artista preferiva a quelli maschili, così come agli adulti preferiva gli adolescenti e agli adolescenti i bambini. (...) Non vi è mai nulla di torbido in queste scene, nulla che preluda al risveglio dei sensi, nessuna sensualità, nessuna perversione. (...) In quel secolo rumoroso, assordante (…) Chardin si distingue per le sue atmosfere raccolte, la placida armonia che nessun gesto viene a turbare. (…) Chardin (…) non sovraccaricò le sue composizioni, rifuggì il decorativo e l’illusionistico (...). Se la sua arte non è aneddotica, non è però intellettuale. (…) Non è neppure allegorica: niente simboli, niente teschi, le sue nature morte non sono in alcun modo delle Vanitas. Sfidando l’iconologia, la sua pittura si sottrae ostinatamente a ogni interpretazione. (…) Nel diciottesimo secolo la dottrina della gerarchia dei generi era rispettata da tutti. La rispettava anche Chardin, che (...) desiderò fare di suo figlio, che purtroppo si suicidò a Venezia il 7 luglio 1772, il pittore storico che egli stesso non aveva potuto (o saputo, o voluto) essere (...).
© Riproduzione riservata

di Pierre Rosenberg, da Il Giornale dell'Arte numero 302, ottobre 2010


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