
Certo che se uno si occupa d’arte contemporanea tutto l’anno e almeno quand’è in ferie vorrebbe dedicarsi alla «Settimana Enigmistica» o a iniziare una collezione di acquasantiere o di modellini di macchine movimento terra 1:87 della Hobby & Works, insomma a tutto fuorché al suo mestiere di tutti i giorni, è meglio che si tenga alla larga dalle Eolie. Perché son tutti lì, da Lia Rumma a Stromboli (gettonatissima) a Cattelan che in società con il gallerista Sergio Casoli ha comprato a Filicudi un vecchio rudere di pescatori. Vuole farne un bed & breakfast, ma lasciandolo «ruspante e verace», mica «un posto alla moda». Ce ne informa il settimanale «Panorama», mentre il «Venerdì di Repubblica» annuncia che «la pittrice del momento» è una signora inglese che vive «in un piccolo villaggio del Kent». Veniamo a sapere che nonostante abbia subito tre operazioni all’anca fa tele così grandi che tutti la scongiurano di ridurre i formati perché così come sono è difficile venderle, ma lei non vuole. Lo scoop è che ha 76 anni e sta a vedere che si candida a prendere il posto della Bourgeois nella categoria donne over 70 di cui il sistema dell’arte ha disperato bisogno per non mostrarsi discriminatorio promuovendo solo trentenni promettenti come i loro sguardi. Comunque veniamo a sapere dal «Daily Telegraph» che un altro virgulto è sbocciato in quella serra di fiori rari dell’arte che è la Gran Bretagna: si chiama Kieron, ha solo sette anni ma potrebbe essere il Damien Hirst del domani, anche se per ora bisogna accontentarsi perché dipinge solo come Monet. L’esercizio del riempitivo giornalistico estivo, oltre ai reportage dei corrispondenti in vacanza sulle pagine della cultura, alle smagliature di Belén e alle balle spaziali sul calciomercato, da tempo include anche le cronache dell’arte contemporanea. «D donna» va più sullo specialistico e spiega che la crisi non ha spazzato via le gallerie da New York. Soltanto hanno cambiato veste e ora si chiamano «home gallery». Certo che detto così, e per di più a Manhattan, suona molto bene: del resto, non è più bello dire di aver comprato l’auto in leasing anziché di aver firmato un menhir di cambiali? Ovviamente, mica l’hanno fatto solo per necessità: c’è chi lo fa «per stare più vicino agli affetti», o chi per presentare l’arte in maniera più pura, «senza la pressione dei critici, del mercato e dei collezionisti». Insomma, ti pareva che la crisi non portasse «una ventata d’aria fresca»? Di quelli che vendono in casa o nel retrobottega della loro attività, anche da noi ce n’è un sacco. E mica solo mercanti patentati: ci sono artisti evasori, collezionisti import-export, curatori superpuri e critici immacolati. Li chiamano «courtier»: per i galleristi che pagano affitti e tasse non è un complimento. E più che candidarsi a un servizio a colori su una rivista di moda, sarebbero pronti per uno scoop da «Report» o per «Un giorno in pretura».