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Indagine internazionale di «Il Giornale dell’Arte» e «The Art Newspaper»

L’anticlassifica. L’indice del gusto: chi sale, chi scende

I sorprendenti risultati di un sondaggio d’opinione sugli artisti moderni e contemporanei, le variazioni e le tendenze del gradimento del pubblico specializzato al di là delle pressioni di mercato e delle mode effimere

Agli artisti conviene davvero cambiare pelle per restare «contemporanei» e appetibili? Il rischio, a giudicare da quest’opera di Jamie Isenstein, «Rug Rug Rug Rug», con tre strati di pellicce sovrapposti, è di tramutarsi in tappetino a uso dei collezionisti. La fotografia è tratta dal libro «Creamier», edito da Phaidon

Londra e Torino. È ovvio che le prime posizioni di una classifica dedicata a chi sale e a chi scende fra gli artisti moderni e contemporanei siano occupate da artisti ampiamente storicizzati. È meno ovvia, invece, la settima posizione di Picasso, preceduto da Giacometti (primo assoluto) e da Schiele, Rothko, Bacon, dal rivale Matisse, da Lucian Freud e da Fontana. Marina Abramovic, al 16mo posto, è la più giovane fra i primi venti classificati. I tre che registrano gli indici più negativi fra chi scende sono diversissimi fra loro: il superconcettuale Kosuth (-61%) è seguito da Botero (-24,4%) e da Damien Hirst (-22,8%). grande «testimonial» dell’attuale popolarità del contemporaneo. Tra i giovani alcuni supergettonati nelle altre classifiche: Sissi, Vanessa Beecroft e Francesco Vezzoli. Tra gli stazionari, il più «immobile» di tutti  (ma può essere un buon segno) è Alberto Magnelli, ma anche l’acclamato Banksy è reputato fermo, e per un giovane non è detto che sia un bel sintomo. Sono alcuni fra i risultati emersi da un’inchiesta internazionale lanciata da «Il Giornale dell’Arte» e «The Art Newspaper». Gli addetti ai lavori mostrano di detestare queste classifiche: gli artisti dicono di snobbarle, i galleristi sostengono che sviliscono il lavoro degli artisti, i curatori fanno finta di cascare dalle nuvole e i collezionisti affermano di non tenerne conto. Ma le classifiche degli artisti contemporanei, in realtà, interessano a tutti: ai predetti addetti, che fanno i superiori solo quando non ci sono o non sono coinvolti nelle scelte, e al pubblico che ama il gossip ed esibire una preparazione aggiornata sull’argomento. Mica vorrete confondere Subodh con Shilpa Gupta, no? O non sapere che Renata Lucas (1970) oggi va di più di Sarah Lucas (1962), ormai una cariatide da museo? Così la marcia trionfale dell’arte contemporanea, in corso da ormai 15 anni, è scandita da liste aggiornate sui top 100 o i super 300, sui geni del futuro o sulle  certezze di oggi. Alle classifiche si immolano pagine di libri (delle premiate ditte Taschen & Phaidon), pagine di riviste specializzate, servizi sui quotidiani e sui settimanali. In genere il criterio si basa su una ristrette cronologia, incentrata sui cosiddetti emergenti. L’usa e getta del mercato impone che non ci siano sommersi e salvati, ma solo astri nascenti; nel contempo, la smemoratezza un po’ ebete e un po’ calcolata del sistema dell’arte contemporanea rende dolorose le sparizioni dalle classifiche dei Buonarroti o Picasso di due anni prima soltanto per chi, svenandosi, pensava davvero di avere a che fare con dei giovani Michelangeli. A ispirare i compilatori delle classifiche sono due elementi: le rilevazioni di mercato e le proiezioni, a breve termine, sul lancio di un artista da parte di un ristretto nucleo di galleristi, curatori e musei, che tramutano il piccolo genio di turno in un must. Entrambi gli elementi, uno basato sul più insidioso settore dell’economia, l’altro sui capricci della moda, sono quanto meno soggetti a fluttuazioni. Neanche «Il Giornale dell’Arte» e «The Art Newspaper» hanno resistito alla tentazione della classifica. Però abbiamo provato a inserire nel gioco regole più certe. Lo scorso anno un questionario con oltre 700 nomi di artisti, a partire dalle avanguardie storiche, è stato sottoposto a una giuria tanto qualificata quanto davvero completa: i nostri lettori. Essi sono stati invitati a indicare per quali artisti, a loro avviso, avvertono un interesse in crescita, in diminuzione o un interesse stabile, al di là dei risultati del mercato. A loro discrezione, i giurati-lettori potevano aggiungere nomi assenti dall’elenco. I risultati, qui pubblicati analiticamente, non solo sono sorprendenti, ma spesso in controtendenza rispetto alle classifiche considerate à la page (ad esempio sono quasi tutti in calo gli «emergenti»), avidamente consultate dagli «intenditori» che cercano di far colpo esibendo la loro cultura in materia. La verità è che la maggior parte di chi compra e di chi propone arte contemporanea (collezionisti, galleristi, critici, curatori) non saprebbe distinguere l’oro dalla fuffa se vedesse una decina di opere di autori cui nessuno tra gli opinion leader (a loro volta collezionisti, galleristi, critici e curatori) ha mai scritto o parlato. E quando il contemporaneo ha cominciato a espandersi geograficamente e numericamente (anche se, almeno in Italia, l’ultimo rapporto Mannheimer ridimensiona notevolmente certa presunta popolarità, cfr. articolo a p. 8) anche le classifiche su chi sale e chi scende secondo i soliti arbitri del gusto, sono diventate una sorta di rito al termine del quale sarà chiaro chi, tra le schiere di artisti neonati, debba essere seguito.
Del 1998 è il primo dei cinque volumi attraverso i quali, periodicamente, la Phaidon informa sull’argomento sacerdoti e profani. Nel 2000 rispose la Taschen con il vaticinante Art at the Turn of the Millennium. Basterebbe un minimo di sense of humour (ma si sa, il serioso sistema dell’arte contemporanea non ne ha mai dato il minimo segno) per riflettere su come la crisi economica e lo sgonfiamento del mercato, evento biologico dopo ogni periodo di incontrollata ascesa dei prezzi, renda quanto meno impropria certa titolazione. Chiedete a quelli che prima del 2004 hanno strapagato i geni del presente e del domani a Frieze o all’Armory Show se un aggettivo come Creamier (ancora più cremoso, dopo la Cream, la Ice Cream, la Fresh Cream susseguitesi in questi 12 anni), non suoni come sentirsi offrire una doppia razione di trippe alla parmigiana dopo l’ultima cucchiata di mont blanc al termine di un devastante pranzo di nozze di 36 portate. Nell’ultimo nato della collana dieci curatori emergenti (cambiano i nomi ma non i «marchi», proprio come per gli artisti che pubblicizzano) indicano, con dieci nomi ciascuno, chi sono quelli che dovremmo comprare o, per i meno abbienti, mostrare di conoscere, apprezzare e capire (ebbene sì!) quando si visita una fiera. Altrettanto disdicevole sarebbe ignorare la nomenklatura di questa nuova infornata di ermeneuti. Fatevi beccare, adesso che stanno per partire le notti vernissage di settembre a Torino o a Milano, a non sapere, per citare qualcuno tra i dieci compilatori della compilation, chi sono Inés Katzenstein, Yukie Kamiya, Adam Szymczyk o Tirdad Zolghadr e vi accorgerete delle conseguenze. Comunque linguaggio e criteri sono gli stessi della moda e accomunano riviste specializzate e media generalisti, le «Creams» librarie e i settimanali a larga tiratura:  oggi «vanno» i lavori effimeri, le performance o i video, tipologie pauperiste (come la scomodissima foliazione da tabloid freepress di Creamier) buone per un momento grigio come questo non soltanto perché ostentare il lusso sarebbe cafone, ma anche perché, almeno per un po’, di trovare finanziamenti per opere dagli altissimi costi vivi non se ne parla.
Da che cosa siano ispirate certe classifiche è facile immaginarlo, a meno che non si pensi davvero che i nomi per una biennale vengano stilati per ispirazione divina o che una fiera d’arte contemporanea, come si cerca di farci credere, sia soprattutto un evento culturale. Che il placet in realtà già dispensato agli «emergenti» da un ben identificabile conclave di galleristi-critici-curatori-riviste-musei ispiri gli estensori di queste encicliche Arcanum Divinae (ma ce n’è anche una, sempre di Leone XIII, intitolata Affari Vos) e di altre classifiche pubblicate da vari media (a momenti le troveremo anche su «Chi»?) lo dimostrerebbe un semplice riscontro, a distanza di una decina di anni, sulla tenuta anche nel breve termine (dieci anni) di certe liste emanate sulla scorta degli indici di mercato: la memoria corta, del resto, è funzionale a quella  «necessaria» rapida scadenza  di nomi e opere,  estesa anche alla compilazione degli elenchi per le biennali e per le monografiche pubbliche. Beninteso: fare centro non è facile per nessuno, che si chiami Obrist o Filipovic e in effetti Creamier e derivati si limitano a prendere atto di un presente animato da artisti giovani; e chi compra sulla base di certe indicazioni dovrebbe sapere quant’è alto il margine di rischio, elemento, del resto, che rientra nel frisson del comprare arte d’oggi. Ben più arduo ipotizzare la durata nel tempo di determinate tendenze, non solo per le fluttuazioni del mercato, ma anche per qualcosa di più difficilmente valutabile. È qualcosa che non ha sempre a che fare con il trend o il record in asta; piuttosto con quella percezione comune dei valori che si costituisce sulla base di fattori più complessi, legati a quella «cosa» altrettanto indefinibile che è il gusto. A quella abbiamo preferito affidarci per un’inchiesta di opinione basata sul reale gradimento odierno (fra vent’anni chissà: il gusto «oscilla», come scrive Gillo Dorfles) degli artisti e delle tendenze, non limitata all’attualità ma allargata a tutto il Novecento. Rispondono i lettori di «Il Giornale dell’Arte» e di «The Art Newspaper», ossia di circa 80 Paesi: una giuria tipologicamente estesa, specializzata ma composita e, chissà, piaccia o meno, se non più attendibile, certo meno condizionata e più eterogenea. Emerge un dato importante: le tre classifiche non indicano percentuali di preferenze o bocciature che consentano di applicarle a tendenze o avanguardie ben identificate. I nostri giurati hanno scelto senza sottostare a marchi ed etichette e anche questo, in un sistema dell’arte che tende all’omologazione per griffe e «marche», può essere considerata una prova di obiettività e attendibilità. Insomma, le individualità prevalgono sui «partiti» (oltre che sui partiti presi): questa può essere considerata un’ulteriore prova di libertà.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 301, settembre 2010


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