
È la concezione «moderna» dell’arte, maturata fra 1680 e 1830, a interrompere la stretta connessione tra arte e artigianato, che fino ad allora aveva funzionato. A determinare questa frattura sono intervenute molteplici concause, a partire dallo sviluppo, legato all’allargamento del ruolo del mercato e alla crescita della classe borghese, di nuove istituzioni come il museo d’arte, la sala da concerti, la biblioteca pubblica, che hanno favorito nuovi comportamenti e concetti. In L’invenzione dell’arte (che, scritto del 2001, esce ora in edizione italiana a cura di Nicola Prinetti), Larry Shiner racconta, in una storia «culturale» ampia e sfaccettata, che non trascura l’elaborazione teorica, ricca di informazioni e di citazioni vivaci e interessanti, l’epoca che va dal Medioevo al Settecento opponendosi alle tante interpretazioni che, utilizzando i criteri «moderni», hanno considerato e considerano in modo erroneo artisti e opere che vanno secondo lui interpretati altrimenti, a meno di voler ignorare le tante funzioni che quelle opere, così strettamente legate al contesto materiale oltre che sociale, svolgevano nel loro specifico tempo: «Guardare i dipinti del Rinascimento isolati, oppure leggere i componimenti di Shakespeare nelle antologie o ascoltare le Passioni di Bach in un auditorium per concerti sono azioni che rinforzano l’impressione fasulla secondo la quale, nel passato, la gente condivideva il nostro concetto di arte come regno delle opere autonome destinate alla contemplazione estetica». Ma Shiner vuole anche verificare la tenuta nel tempo della moderna concezione dell’arte. Sicché, riprendendo, nella seconda parte del libro, la sua narrazione a partire dal secondo Ottocento, ci dice di come quella concezione dell’arte si sia semmai evoluta attestandosi sempre più su posizioni di ricerca e di sperimentazione formale, mentre l’arte «assimilava» una serie incredibile di fenomeni, dalla fotografia al cinema al jazz alle culture extraeuropee ecc., elaborando vertiginosamente linguaggi nuovi. L’autore peraltro racconta anche i vari momenti di «resistenza» alla dicotomia arte-artigianato soffermandosi con particolare interesse su esperienze come l’Arts and Crafts Movement avviato da William Morris, come il Werkbund, e su movimenti antiarte come lo sono stati Dada, il Surrealismo, il Costruttivismo russo, la Bauhaus cui si aggiunge, più avanti nel tempo, la Pop art. La ricognizione di Shiner si conclude con una riflessione sull’arte che, dagli anni ’70 in poi, nell’allargare i suoi confini fino a comprendere quasi tutto, ha messo insieme arte e vita e, in una certa misura, ha recuperato anche l’artigianato. Con una qualche soddisfazione da parte sua.
L’invenzione dell’arte, di Larry Shiner, 458 pp., ill. b/n e colore, Einaudi, Torino 2010, e 32,00