
Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolico: con questa presentazione che richiama alla mente sedute di terapia di gruppo, l’«artedipendente» Saatchi, notoriamente refrattario alle interviste (il nostro Giornale, per primo, ne ha pubblicata una nel 2004; cfr. Vernissage, n. 238, nov. ’04, pp. 4 e 5), risponde a una girandola di domande di ogni genere, rivoltegli da giornalisti e gente comune, che spaziano dalla pubblicità alla cucina al collezionismo d’arte, a Dio all’igiene personale. Uscito in lingua inglese lo scorso autunno, il volume sarà disponibile in edizione italiana da luglio, sempre per i tipi di Phaidon. Ne anticipiamo alcuni stralci.
Cosa pensa del mondo dell’arte?
Io e il vecchio critico David Sylvester ci divertivamo in passato con un giochino stupido. Ci domandavamo a vicenda con chi, a nostra scelta tra artisti, curatori, collezionisti o critici, saremmo stati più infelici di rimanere bloccati su un’isola deserta per qualche anno. Ovviamente avevamo pronto sottomano un esempio raccapricciante per ogni categoria, così la lista cambiava in continuazione, a seconda di chi ci avesse più annoiato tra le persone in cui eravamo incappati la settimana prima. [...]
Gallerista
Il rischio professionale dell’infatuazione per l’arte di alcuni miei amici collezionisti è l’incontro con una certa razza di galleristi. Presuntuosi, affamati di potere e arroganti, questi sacerdoti del buon gusto sembrerebbero più adatti come buttafuori di un night club dove finalmente potrebbero avere l’ultima parola su chi entra e chi resta fuori. [...]. Amano la sensazione di poter controllare il mercato ma, ovviamente, un mercato palpitante di vita non può essere controllato per definizione. [...]. Così, invece di giubilare per il successo dell’artista, si sentono castrati alla minima perdita di potere. [...].
Critico
I critici d’arte di alcuni giornali britannici avrebbero potuto benissimo occuparsi di giardinaggio o viaggi e arrivare allegramente alla pensione. Il fatto è che gli editori stessi spesso [...] non hanno un gran interesse per l’arte. Così possiamo goderci lo spettacolo di critici che vanno in estasi per un’opera la cui rispettabilità è stata confermata dal giudizio unanime e da una mostra di prima classe, la stessa opera che dieci anni prima ignoravano o mettevano alla berlina. Vivranno nel terrore che qualche gran bastardo tiri fuori i loro vecchi pezzi. [...].
Curatore
Con rare eccezioni, i più celebri curatori giramondo di megaeventi internazionali [...] mandano in onda ogni volta lo stesso identico show, per il visibilio di 250 o poco più loro devoti e affini. Esposizioni spente e senz’anima dalle pretese socio-economiche dominano così la scena dell’arte. La familiare routine delle rivisitazioni del concettualismo anni Settanta, gli sterili pannelli fotografici e testuali, la catena di montaggio di installazioni banali e indecifrabili, le stanze buie e silenziose con lo sfarfallio di video interscambiabili sono il marchio di fabbrica di un decennio di una anestetizzante curatela à la page. [...].
Artista
[...] Non sprechiamo parole sui poppanti capricciosi, egocentrici e petulanti: essere un buon artista è il lavoro più duro del mondo, e bisogna avere una piccola dose di follia per sceglierlo. Li amo tutti.
Collezionista
Per quanto sospette le loro motivazioni, arrivistico l’ordine del giorno, vacuo l’interesse nel decorare le pareti di casa, sono incantato dal fatto che sempre più gente ricca scelga di collezionare arte contemporanea piuttosto che cavalli da corsa, auto d’epoca, gioielli o yacht. Senza di loro il mondo dell’arte sarebbe in mano allo Stato, un mondo irreale di arte approvata da funzionari di partito, autorizzata dal ministero della cultura. [...].
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Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolico, di Charles Saatchi, trad. di Cristina Ribacchi, 176 pp., 55 ill. b/n, Phaidon, Londra-Milano 2010, e 9,95