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La collezione di Freud

Berggasse 19, Vienna

Alla vigilia dell’espatrio del padre della psicoanalisi il suo studio venne fotografato da Edmund Egelman. A futura memoria

Un angolo dello studio di Sigmund Freud in Berggasse 19, a Vienna

Il dottor Freud riceve i pazienti senza appuntamento tra le 15 e le 16. Nel 1938 Sigmund Freud è gravemente malato, e di pazienti ne riceve ormai pochi. Alcuni giorni dopo l’Anschluss, la Gestapo si presenta in Berggasse 19, poi arresta la figlia Anna, seppure rilasciandola nel giro di alcune ore. La comunità scientifica internazionale si mette in moto per salvare il padre della psicoanalisi e la sua famiglia, e con molta fatica viene ottenuto un permesso di espatrio verso la Gran Bretagna. I Freud possono partire, portando con sé mobili, libri, oggetti personali. Edmund Engelman all’epoca è uno stimato professionista, un fotografo nel cui laboratorio si possono trovare gli ultimi ritrovati della tecnica, utili consigli, e una notevole sensibilità artistica. È anche un ebreo, proprio come i Freud, ed è lui che viene incaricato da August Aichhorn, psicoanalista e amico personale di Freud, di compiere un lavoro che al momento ha un sapore di disfatta: prima che venga svuotato, deve fotografare metro a metro il grande appartamento con la parte riservata alla vita familiare, regno di Martha Bernays Freud, e la parte riservata alla biblioteca, alla sala d’attesa e agli studi dei due Freud, padre e figlia. Eppure, il lavoro di Engelman ha un fine che non sa certo di resa: «era molto importante per la storia della psicoanalisi mantenere vivo in ogni singolo dettaglio il ricordo del luogo in cui essa era nata, per poter fare in modo, usando le parole piene di coraggio di Aichhorn, “di poter costruire un museo quando la tempesta di questi anni sarà terminata”. Ricordo che rimasi molto sorpreso quando Aichhorn, con estrema lucidità, sostenne di esser convinto che il Reich millenario non sarebbe durato a lungo. C’era da chiedersi, date le circostanze, come potesse esserne così sicuro». Engelman accettò il suo ruolo, accettò di lottare contro la barbarie imminente: stanza dopo stanza fotografò tutto, compresi i membri della famiglia, nei cui occhi leggiamo ancora oggi con la sofferenza, orgoglio, dignità, fermezza. Le fotografie, con il prezioso commento di Rita Ransohoff che intervistò in proposito Anna Freud, restituiscono intatta l’atmosfera di un luogo di straordinaria complessità visiva: Freud amava infatti lavorare, scrivere, studiare e ricevere i suoi pazienti nel bel mezzo della sua straordinaria collezione di manufatti greci, romani, egizi, etruschi. Centinaia di piccoli oggetti, volti, corpi, elementi decorativi, che sembrano echeggiare, nel loro affastellarsi incombente e misterioso, il premere sotterraneo di mille e mille pensieri, pulsioni, visioni e desideri che in quelle stanze trovarono finalmente voce ed espressione. E che paiono trovare finalmente in fotografia un argine nella poderosa biblioteca, confine tra il razionale e l’irrazionale, tra ciò che deve essere detto e ciò che non si riesce a tacere.
© Riproduzione riservata
Berggasse 19. Lo studio e la casa di Sigmund Freud. Vienna 1938, fotografie di Edmund Engelman, didascalie di Rita Ransohoff, traduzione di Caterina Medici, 124 pp., ill. b/n, Abscondita, Milano 2010, euro 28,00

di Alessia Muroni , da Il Giornale dell'Arte numero 300, luglio 2010


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