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Roma

Macro: un motore da 99mila giri

Tanti sono stati i visitatori in 7 mesi e mezzo, come spiega il direttore Luca Massimo Barbero, autore del rilancio

Luca Massimo Barbero fotografato da Reed Young

Roma. Il sorriso stampato sulle borse gadget del Macro, opera di Cuoghi e Corsello, e di Luca Massimo Barbero, non è di maniera. A poco più di un anno dal suo insediamento, il direttore tira le somme e il fiato, dopo il tour de force di maggio quando il Macro, contemporaneamente all’apertura del MaXXI, ha presentato in anteprima la nuova ala della sede di via Reggio Emilia, disegnata da Odile Decq. L’ anno si chiude con la definizione della «ragione sociale» del Museo, che ora farà capo a una Fondazione, in maniera da consentire ai privati di operare in partnership con il Comune di Roma, «titolare» del Macro. La delibera, votata dalla Giunta, dovrà essere approvata dal Consiglio comunale.
Luca Massimo Barbero, a quando l’apertura definitiva?
I lavori e il collaudo dovrebbero essere completati entro quest’anno. Ma io non ho fretta di aprire, almeno fino a quando non avremo un museo a regime.
Il Macro è popolarissimo. Snoccioli qualche cifra.
I primi segnali sono arrivati l’estate scorsa con i Video Drink, quando in luglio, in quattro serate, abbiamo avuto 5mila persone, quasi tutte giovani, che non erano mai venute al museo. Poi, in settembre, la mostra «New York Minute» ha richiamato 25mila visitatori paganti in 40 giorni. In sette mesi e mezzo abbiamo sfiorato i 99mila ingressi.
Non teme che i finanziamenti pubblici al Macro e al MaXXI possano restringersi?
Questo lo sperano i gufi, i quali dicono anche che due musei di arte contemporanea a Roma sono troppi, dimenticando che Parigi ne ha tre o quattro e che Roma è una metropoli che sfiora i 3 milioni di abitanti, senza contare i pendolari e i turisti. Qualche grillo parlante, poi, aveva osservato che con la nuova Giunta sarebbe stato impossibile fare cultura e poi si è visto com’è andata: con Croppi, l’assessore alla Cultura, lavoro benissimo. Visto che parliamo di denaro pubblico, per dare un’idea delle proporzioni ricordo che il Macro è costato intorno ai 20 milioni di euro e il MaXXI 150 milioni. Certo che sono preoccupato, ma per tutta la cultura in Italia.
Ma quanto costa farlo funzionare?
Sino ad ora è costato intorno al milione e mezzo di euro. A pieno regime prevedo un budget di 8 milioni annui.
Qualcun altro dice che il contemporaneo a Roma non può sopravvivere perché non esiste un tessuto di gallerie e mercato, al di là della fiera.
Roma ha forti radici nell’arte contemporanea, ma non nella nuova idea di contemporaneità, cioè quella del «mercato-comunicazione» e forse non le ho neanche io. Il pubblico qui è diverso, non ha bisogno di quella «stiffness» di certo mondo dell’arte contemporanea. In ogni caso a Roma ci sono gallerie che propongono programmazioni molto interessanti.
Non le fa gola la massa di turisti che arrivano in città?
Bisogna smettere di pensare che a Roma il pubblico da record alla mostra di Caravaggio non sia quello che verrebbe al Macro. Diciamo anche che se meno del 10 per cento dei turisti che fanno il solito giro Colosseo-Fori-Musei Vaticani, andasse a visitare il MaXXi e il Macro si otterrebbero afflussi annui intorno alle 600-800mila unità: è in questo senso che bisogna lavorare. Ho ereditato un museo in crisi e ho capito che bisognava reinventare il pubblico. Un pubblico che alle 23 viene in via Reggio Emilia se il Macro è aperto, perché a quell’ora la città è viva e non so se accadrebbe lo stesso a Torino o a Milano. Certo, bisogna lavorare sulla comunicazione, come abbiamo iniziato a fare.
Ha altri progetti per l’ulteriore sviluppo del pubblico?
Abbiamo attivato un programma di corsi di formazione per insegnanti dalle primarie ai licei, e ci stiamo allargando dalla città alla regione, in maniera che l’attività del Macro divenga parte della loro programmazione didattica. Lo facciamo in collaborazione con il Guggenheim e stiamo pensando alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Per ora abbiamo 165 insegnanti che in tre giorni incontrano il direttore, i curatori e gli artisti.
Potenzierà la collezione?
Siamo riusciti ad arricchirla, grazie a donazioni e comodati. Claudia Gian Ferrari ci ha lasciato opere di Bill Viola, di Cindy Sherman, di Cucchi, di altri artisti italiani, come Massimo Bartolini e alcune di queste opere si vedono attualmente nella mostra «Visi, ritratti, corpi». Sono entrati un bellissimo Bice Lazzari, un Novelli; Urs Lüthi, cui abbiamo dedicato una mostra, ci ha donato un’opera. Fondamentale è il rapporto con UniCredit Group, cui dobbiamo l’installazione permanente di Daniel Buren, e altre opere importanti, e con Enel, che partecipa al bilancio del museo e porta al Macro l’opera «Frontier» creata da Doug Aitken lo scorso anno nell’ambito del ciclo «Enel Contemporanea». In novembre il duo Bilk van der Pol, vincitore di Enel Contemporanea Award 2010, realizzerà nella grande Sala Enel una versione in scala della celebre casa di Mies van der Rohe, una struttura trasparente che popoleranno di farfalle. Però in un momento come questo non ha molto senso pensare che io possa disporre di fondi per comprare il quadro degli anni Cinquanta che non ho. Altri musei, come la Gnam o il MaXXI, magari dispongono di raccolte solide e interessanti e però giacenti; e allora, perché non attivare una serie di scambi? E poi i nostri spazi potrebbero ospitare opere che altri museo non riuscirebbero a esporre. Mi sto anche muovendo per trovare fondi da dedicare al futuro di quelle «Macroradici» cui è ispirata una delle mostre in corso, «A Roma la nostra era avanguardia», incentrata sulla presentazione di fonti documentarie. Mi piacerebbe arricchire la parte della collezione che documenta, con fotografie, gli artisti in fase installativa, o le opere andate perdute. Vorrei anche sostenere giovani fotografi che inizino una  mappatura sui giovani artisti a Roma. Su questo versante disponiamo del Crdav, Centro ricerca e documentazione arti visive, all’interno del quale abbiamo scoperto di avere uno straordinario Archivio Prampolini. Un’opera di Nauman esposta in una delle mostre di fine maggio pone inoltre l’attenzione sulla nostra collezione video, che è sorprendente. Attraverso il ciclo di mostre «Roommates» stiamo anche acquisendo opere di giovani romani, da Ruffo a Diego. Spero che i privati ci possano dare una mano per acquisire arte più consolidata anche in termini di mercato. Sempre, però, incentrata su un periodo che parta dall’oggi e guardi in avanti.
Come procederà ora la programmazione?
Abbiamo inaugurato alla Pelanda una personale di Bernardo Siciliano, con grandi tele recenti dedicate a New York. Nel padiglione A9, sempre al Testaccio, si è poi da poco inaugurata anche una mostra intitolata «Trasparenze, l’arte per le energie rinnovabili»: ci sono, tra le altre cose, un’opera giovanile di Tony Cragg, una sorta di fregio di 19 metri; e poi lavori di Pistoletto, di Kapoor, di Tiravanija, di Yoko Ono. È allestita inoltre una monografica del fotografo Joel Sternfeld con scatti sulle periferie romane. A proposito, a settembre al Macro Future arriverà il Festival della Fotografia.
Quindi continua la politica espositiva «multisala»?
Non è il momento di organizzare mostre di grandi dimensioni, ma mostre che offrano una buona profondità di lettura. Più che a un multisala io penso a una costellazione, con punti di riferimento diversi, come ad esempio mettere accanto a Urs Lüthi Ontani, creando dei corto-circuiti visivi e innescando la curiosità, all’insegna della frase di Vostell che abbiamo scelto per la comunicazione delle mostre estive: «Sono le cose che non conoscete che cambieranno la vostra vita». Una costellazione è anche la dislocazione dei nostri spazi in città, comprese le mostre extra muros, come quella di Young al Teatro di Marcello.
Non si è pentito di aver lasciato il Guggenheim?
Ho preferito accettare questa sfida, che sento di aver vinto. Ho un’energia che non è solo quella del direttore di museo, perché nella mia attività esistono altri aspetti, ad esempio studiare, scrivere libri. Sono qui, con uno straordinario giovane staff; è come vivere in un grande laboratorio. Adesso ci attende tutto il lavoro di consolidamento, ma ho la certezza di aver preparato e rodato una macchina che in questo anno ha mostrato enormi potenzialità.
© Riproduzione riservata

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 300, luglio 2010


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