
Parigi: un’ora e venti minuti dopo siete a Metz. Usciti dalla stazione, una passerella pedonale vi conduce a un grosso fungo di un bel bianco immacolato come la neve. Sotto il fungo, su tre livelli, vi accolgono 800 opere provenienti in gran parte dal Centre Georges-Pompidou (dal Beaubourg, come molti preferiscono dire). Una parola sull’edificio, un innegabile successo dovuto a due architetti: il giapponese Shigeru Ban e il francese Jean de Gastines. L’edificio è chiaro, luminoso, evita la banalità, il déjà-vu, senza cedere all’aggressività provocatrice di tanti giovani architetti che vogliono farsi notare a tutti i costi. Il gioco delle travi in legno è particolarmente riuscito. Non avevo capito che i 77 metri della freccia che domina il fungo bianco ondulato (per uno degli architetti, un cappello cinese) alludesse al 1977, l’anno dell’inaugurazione del Beaubourg. Le collezioni, l’ho già detto, sono quelle del Beaubourg, organizzate intorno a un tema, ce ne voleva pur uno: Capolavori? (il punto interrogativo, lo si sarà facilmente capito, è essenziale).
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