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Ravello

A.B.O. e l’elogio della follia

21 artisti devianti e trasgressivi in festival a Villa Rufolo

John Bock, «Kugelhupf», 2010. Cortesia dell’artista, Berlino

Ravello (Sa). Dal 2 luglio al 30 settembre in occasione del Festival di Ravello a Villa Rufolo  è allestita una mostra, «La follia dell’arte», a cura di Achille Bonito Oliva. Gli artisti sono Yayoi Kusama, Francesco Clemente, Arnulf Rainer, Andrew Leslie Hooker, Carol Rama, Roman Opalka, Dennis Tyfus, Wolf Vostell, Jan Fabre, Francesca Woodman, Roberto Schiavi, John Bock, Joseph Beuys, Nam June Paik, Michele Zaza, Adrian Tranquilli, Ettore Innocente, Edoardo Romagnoli, She-Devil, Paul Ferman e John MacRae. Abbiamo intervistato il curatore.
Chi è oggi il folle dell’arte?
Nell’arte il folle non corrisponde alla condizione passiva della follia, ma sostanzialmente svolge un ruolo emblematico, intermediario in una società che ormai ha bisogno di raccordi esoterici, per trovare una propria continuità. In questo caso il folle è il portatore di segni eversivi e, nello stesso tempo, di una posizione che gli consente di dare spettacolo e di essere spettatore, di essere immagine e di vivere la realtà come immagine contraddetta.
Quindi la follia dell’arte vive in una posizione marginale rispetto alla società?
La follia è sempre spettacolo ed «esibizione del separato», inteso come esclusione o autoesclusione dalle convenzioni sociali. Anche qui il folle è l’intermediario, il dicitore della propria pazzia che indica lo stato della propria diversità, ma anche quella dello spazio sociale.
Eppure è evidente la spinta a intervenire sulla realtà da parte degli  artisti che lei ha scelto per questa mostra.
Sì, ma il comportamento dell’artista, se pure lucido per definizione, è tuttavia carico di un’ambivalenza: da una parte indica la posizione di forza di colui che esorcizza la realtà con la forza del pensiero e del progetto, dall’altra tutta l'infelicità di chi è ricacciato in un ruolo decentrato e privo di frontalità rispetto agli eventi. La follia dell’arte consiste nello scarto dalle leggi di un evoluzionismo meccanico secondo i rigidi termini di causa ed effetto, quelli che provocano la trasformazione progettata ai vertici del sistema. Inizia così per l’artista una fuga in avanti, dove, paradossalmente, l’arte trova la propria realtà. In questa prospettiva l’arte mostra la sua follia in quanto serve a spingere la vita verso una condizione di impossibilità, nel senso che la costringe ad affermarsi non come dialettica ma come contraddizione alla vita. Il folle va contro a ogni certezza e oggettività e dissemina il dubbio in un tronco sociale ormai anestetizzato e inerme.

© Riproduzione riservata

di Angela Tecce, da Il Giornale dell'Arte numero 300, luglio 2010


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