
Milano. Aveva solo 22 anni Francesca Woodman in quel gennaio del 1981 in cui si tolse la vita. Eppure, nell’età in cui normalmente si debutta, aveva già alle spalle nove anni di lavoro da artista fotografa, e un corpus di opere impressionante per qualità, densità di messaggi e capacità di anticipazione di ciò che si sarebbe poi imposto sulla scena del contemporaneo. Figlia d’arte (padre pittore, madre ceramista), diplomata alla Rhode Island School of Design di Providence, dove aveva avuto maestri di prim’ordine, Francesca Woodman viveva tra gli Stati Uniti e l’Italia, soprattutto nella campagna di Antella, presso Firenze, nella stessa Firenze e a Roma, dove sarebbe morta.
Al centro della sua ricerca, da sempre, il suo corpo, in un’indagine sull’Io e sulla propria intimità che si coniugava con un disincantato pragmatismo: «è una questione di convenienza, semplificava. Io sono sempre disponibile». In realtà il suo corpo diventava l’oggetto di raffinate sperimentazioni formali e concettuali: lungi infatti dall’essere uno strumento di narcisismo o di autorefenzialità, si tramutava in un elemento come gli altri delle sue calibrate composizioni. Dal 16 luglio al 24 ottobre 116 opere sono esposte a Palazzo della Ragione, nella mostra curata da Marco Pierini, neodirettore della Galleria Civica di Modena, e da Isabel Tejeda (catalogo Silvana). Vi figurano le serie più significative, eseguite tra Boulder, Providence, New York, il New Hampshire e Roma. Sono poi esposti tre frammenti dei suoi video (cinque soltanto), realizzati alla fine della vita e restaurati dal Francesca Woodman Estate di New York dopo la morte, e l’installazione «Swan Song», 1978, un omaggio a Proust ma insieme, nel titolo, quasi una profezia della morte imminente: cinque grandi fotografie appese ad altezze diverse.
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