
Pompei (Na). Tutela? Conservazione? Restauro? Idee superate da un concetto nuovo: la «rifunzionalizzazione». Applicato a Pompei significa che il Teatro Grande non c’è più, al suo posto una cavea totalmente nuova con gradinate in nuovissimi blocchetti di tufo per 1.800 spettatori. Le poche pietre antiche rimaste, pulite e bianchissime, spiccano nell’emiciclo. Altri lavori «pesanti» hanno trasformato la vicina palestra dei gladiatori, compresi numerosi container incastrati nei locali di 2000 anni fa. Per i lavori negli scavi antichi sono stati usati scavatori, ruspe, martelli pneumatici. Non mancano naturalmente le strutture tecniche per il teatro ricostruito, a cominciare dalla rete di cavi elettrici e nuovi pavimenti. Concerto di inaugurazione, il 10 giugno, diretto da Riccardo Muti.
Cantiere blindato per mesi, la ricostruzione radicale del teatro (definito dal cartello lavori «Restauro e sistemazione per spettacoli») è stata scoperta e denunciata soltanto a lavori quasi ultimati. Il presidente dell’Osservatorio Beni culturali, architetto Antonio Irlando, li ha definiti «uno scempio inconcepibile» nella lettera di protesta spedita al ministro Bondi e ha chiesto ai magistrati di intervenire. Il commissario di Pompei, Marcello Fiori, difende il lavoro ma cerca di respingere ogni responsabilità. Il progetto, dichiara, è dell’ex soprintendente Pier Giovanni Guzzo (pensionato nel 2009) e risale al 2003. Fiori, nominato commissario nell’aprile dell’anno scorso, afferma che al suo arrivo la gara per i lavori era stata già aggiudicata. Anzi, precisa Fiori, il progetto era in origine più invasivo ed è stato sottoposto alla Commissione generale di indirizzo del Ministero che lo ha ridimensionato e modificato. Guzzo sostiene invece che il suo progetto era totalmente diverso. La prova? Prevedeva una spesa di 1,8 milioni di euro, mentre il nuovo teatro è costato circa 5 milioni. Polemico anche Gianfranco Cerasoli, responsabile dei Beni culturali Uil: ricorda che il progetto non è mai stato approvato dal Comitato tecnico scientifico del Mibac e che il Consiglio superiore dei Beni culturali non è stato neppure informato. Insomma un pasticcio archeologico con il teatro ormai «rifunzionalizzato» e adeguato alle necessità dello spettacolo «come il teatro di Erode Attico ad Atene e quello di Ercole a Tivoli», secondo Antonio Varone, direttore degli scavi di Pompei, che aggiunge: «Il teatro torna a essere luogo deputato alla cultura e servirà a riportare i visitatori a Pompei che nel 2009 erano scesi da 2,5 a 2 milioni». Ma il commissario Fiori (il cui mandato è scaduto a giugno) ha intanto deciso che il teatro della polemica sia interdetto ai visitatori di Pompei e visibile soltanto in occasione degli spettacoli. Via il commissario, la soprintendenza unificata Napoli-Pompei resta senza titolare, coperta per ora, ad interim, dal soprintendente di Roma Giuseppe Proietti.
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