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Fotografia


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Siamo tutti sorvegliati

Alla Tate Modern i rapporti tra fotografia, controllo e voyeurismo da Brassaï a oggi

Georges Dudognon, «Greta Garbo al Club St. Germain», Parigi, anni Cinquanta, San Francisco Museum of Modern Art © Estate of Georges Dudognon

Londra. Il tema è di straordinario fascino e attualità, investe la nostra vita quotidiana in maniera conscia e inconscia: la fotografia come strumento che consente di riprendere di nascosto, senza essere visti, con tutte le conseguenze del caso. Da Fabrizio Corona ai suoi ben più nobili ascendenti, i paparazzi, fino alle telecamere ormai poste in ogni angolo delle strade delle nostre città e dei loro edifici, il diritto alla privacy si scontra con le ragioni dell’informazione, quelle della sicurezza e quelle del profitto: il merito dei curatori della mostra aperta alla Tate Modern di Londra è di avere colto la pertinenza del tema e di avere costruito un percorso storico rigoroso e coerente, capace di evidenziarne la complessità e le infinite diramazioni, fornendo spunti di riflessione non banalmente legati solo all’immediato («Exposed: Voyeurism, Surveillance and the Camera», dal 28 maggio al 3 ottobre, a cura di Sandra S. Phillips, Simon Baker e Ann Coxon; la mostra sarà poi al San Francisco Museum of Art in autunno e al Walker Art Center di Minneapolis nella primavera 2011).
La mostra affronta diversi aspetti legati a questa tematica: il voyeurismo, il furto di immagini delle celebrità, la morte violenta, la sorveglianza e il controllo. Sebbene la storia della fotografia sia ricca già nel XIX secolo di immagini riprese attraverso strumenti nascosti, è nel XX secolo, in particolare con l’invenzione della Leica, che questo modo di interpretare la pratica fotografica si diffonde sia tra i professionisti sia tra quanti intendono la fotografia come pura creazione artistica. La definizione di «candid camera», coniata per Erich Salomon, risponde bene a questo atteggiamento, strettamente collegato al concetto di voyeurismo: in mostra le fotografie di Paul Strand, le storiche serie di Walker Evans scattate nella metropolitana di New York, quelle scattate da Brassaï a Parigi, e quelle di altri maestri come Robert Frank e Garry Winogrand, esplicitano la parte più documentaria della fotografia «rubata». Ma è chiaro che in questo ambito una parte consistente è tenuta dall’erotismo, come evidenziano le immagini di Nan Goldin o Merry Alpern, così come centrale è il rapporto tra i fotografi e le star del cinema e dello spettacolo, rappresentato in mostra dai celeberrimi scatti di Weegee dedicati a Marilyn Monroe.
Vita privata e vita sociale si confondono, così come risulta fatalmente ambiguo il rapporto tra l’immagine e lo spettatore, poiché chi guarda queste immagini diviene a sua volta voyeur, vede senza essere visto. Al tempo stesso, talvolta il soggetto guarda involontariamente in macchina, e le parti si rovesciano, in un gioco infinito che è messo in luce da Shizuka Yokomizo, che ha realizzato un’intera serie di immagini chiedendo ai suoi soggetti di farsi vedere a una determinata ora davanti a una finestra della propria casa per essere fotografati, ma non comunicando loro dove si sarebbe trovato il fotografo. Siamo qui nell’ambito della fotografia che riflette su se stessa, ma che ci induce anche a pensare alla nostra esperienza quotidiana di utilizzatori e vittime di strumenti che non sempre siamo in grado di controllare.
© Riproduzione riservata

di Walter Guadagnini , edizione online, 31 maggio 2010


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