Roma. Un ciclo di mostre al Macro tra il primo giugno e il 22 agosto è una sorta di prova di connessione tra il corpo di fabbrica di via Reggio Emilia con la nuova ala progettata da Odile Decq in via Nizza angolo via Cagliari. Nell’attesa dell’inaugurazione del complesso museale al completo, fissata per la fine dell'anno (ottobre), il Macro lavora a pieni motori da quando, poco più di un anno fa, Luca Massimo Barbero ha assunto la direzione: «Ho cercato di dare una fisionomia articolata e sfaccettata al museo, attraverso la ricchezza della programmazione culturale, costituita anche da progetti commissionati dal Macro, una collezione permanente che si rinnova periodicamente con comodati e donazioni e l’attenzione al pubblico, specialmente ai più giovani».
A segnare l’inizio del percorso verso la nuova ala è un’installazione permanente di Daniel Buren, «Danza tra triangoli e losanghe per tre colori» (in comodato dall’UniCredit), mentre nell’area di congiunzione tra i due corpi architettonici è collocata l’opera dello statunitense Jacob Hashimoto, «Silence Still Governs Our Consciousness»: una flotta di circa settemila aquiloni bianchi e fluttuanti. Sullo scorrere del tempo, inteso come avvicendamento delle fasi lunari nello spazio cosmico, sono incentrate le immagini del giovane Luca Trevisani (1979), che assecondano le pareti curve degli atri. «Micro, Aureo, Adela» è invece un’opera commissionata dal Macro allo spagnolo Jorge Peris (1969), il quale attiva un laboratorio per la creazione di un ambiente salino, che mediante un processo biologico accelerato dà vita a una formazione di stalattiti, disposta secondo uno schema a sezione aurea. Bilanciata abilmente tra i sentimenti di paura e di piacere è «My Dark Places», personale del portoghese João Louro (1963), che allinea monocromi con scitte della serie «Blind Images», frutto di suggestioni tratte da Dalia nera di James Ellroy e dalle opere del marchese de Sade. Gilberto Zorio, appositamente per il Macro, ha invece costruito in «X Y Zorio» un ambiente connotato da simboli ancestrali e misteriosi. Prende poi avvio il ciclo «Eighties are Back!», un’indagine sull’arte italiana in dieci appuntamenti, che ogni volta metterà a confronto un’opera degli anni Ottanta e un lavoro recente dello stesso artista; ogni opera sarà introdotta dallo scritto di due critici di generazioni diverse: il più giovane interpreterà l’opera storica e viceversa. Il primo appuntamento vede protagonista Alfredo Pirri (1957). Infine il progetto del californiano Aaron Young (1972), diviso tra il Macro, con la mostra «Slippery when wet» (video, bronzi, un’opera a pavimento site specific), e il Teatro Marcello, dov’è collocato un lavoro monumentale che ribadisce la volontà del museo di aprirsi alla città. Per l’estate la collezione permanente del Macro presenta nuovi arrivi: otto opere fotografiche della celebre performance di Vito Acconci «Trademarks September» (1970); due fotografie a stampa unica della serie dei «Détails» (1965) di Roman Opalka e altre due foto dell’azionista viennese Arnulf Rainer, eseguite tra gli anni ’70 e ’80. Infine saranno visitabili per tutta l’estate altre due mostre: «A Roma, la nostra era avanguardia», incentrata su Graziella Lonardi, mecenate e animatrice di eventi, e «Oscar Savio: architettura in bianco e nero».
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