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L’ultimo disparate di Goya

Quale sia il nesso che lega la forza germinatrice dei legumi, per la precisione i ceci, e l’inclito cranio di Francisco Goya y Lucientes, è una scoperta che lasciamo ai lettori. È l’epilogo, un vero trionfo della «vanitas», di un episodio post mortem del pittore aragonese talmente macabro e bizzarro che lui stesso non avrebbe saputo escogitare di meglio. Che nella chiesa di San Antonio de la Florida di Madrid giacciano le spoglie mortali di Goya è noto; meno, forse, che quei resti siano mutili, privi del cranio. Sepolto integro a Bordeaux nel 1828, il corpo del pittore risultò inspiegabilmente acefalo nel momento in cui la salma venne riesumata, nel 1888, per essere traslata in Spagna. Circostanza sconosciuta anche ad Enzo Crea, il fondatore delle Edizioni dell’Elefante: gliela riferì lo storico e critico d’arte Juan Antonio Gaya Nuño, durante una visita alla chiesa madrilena, alla fine degli anni Cinquanta. Incuriosito dal racconto Crea insistette perché Gaya Nuño mettesse per iscritto la macabra vicenda, ignorata o appena menzionata dalle principali monografie sul pittore. Vicenda i cui scenari e personaggi sembrano scaturiti dalla penna di Poe o di Conan Doyle: un cimitero francese, profanatori di tombe che agiscono col favore delle tenebre, un nobile collezionista d’arte e un pittore, suo protetto, autore di un dipinto in cui compare un «ritratto» del teschio mancante (dove l’aveva visto?), un medico appassionato di frenologia, un disgraziato esperimento di fisica nelle solenni aule dell’Università di Salamanca. Nasce da quell’invito La orripilante storia del teschio di Goya, pubblicata originariamente proprio da Crea nel 1966, in lingua spagnola, e oggi riproposta da Skira nella raffinata collana delle «Art Stories». E Gaya Nuño la scrive «con scrupolo e con la più piccola dose possibile di fantasia», ben consapevole che «non ci vuole una grande immaginazione, e non c’è nemmeno bisogno d’inventare. In questo caso è stato lo stesso Francisco Goya a preparare tutto, e il sorprendente e feroce destino delle sue spoglie sembra preordinato da lui stesso... Tutto il suo passato di sognatore di tregende rendeva il pittore aragonese un po’ complice dei ladri del suo teschio. Lo stesso Goya avrebbe desiderato di coronare con una descrizione grafica il suo incubo postumo. Incubo vero, questa volta, quanto i “Disastri della guerra”».

La orripilante storia del teschio di Goya, di Juan Antonio Gaya Nuño, traduzione di Benedetta Origo e Vincenzo Strocchi, 54 pp., ill., Skira, Milano 2010, e  15,00

di Anna Maria Farinato, da Il Giornale dell'Arte numero 298, maggio 2010


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