
John Richardson e Douglas Cooper la chiamavano «La legge di Dora». Era stata infatti Dora Maar a rivelare ai due la sua teoria secondo cui quando Picasso aveva un nuovo amore, tutto in lui, e intorno a lui, cambiava: «lo stile che caratterizzava la nuova compagna, la casa o l’appartamento che condividevano, il poeta che gli serviva da musa complementare, la compagnia che gli dava appoggio e comprensione [...], persino il cane che a malapena si allontanava dal suo fianco». Alle artefici di questi periodici «cambi di pelle» (e di pennellata) dell’artista, la scrittrice madrilena Paula Izquierdo ha dedicato un libro, Las mujeres de Picasso, uscito in Spagna nel 2004 e ora tradotto da Cavallo di Ferro col titolo Le amanti di Picasso (certo più piccante dell’originale, ma forzato, come si vedrà). Di formazione psicologa, sensibile indagatrice del mondo femminile e di quello dell’arte (sta lavorando a un nuovo libro sul rapporto tra malattia e creazione artistica), Paula Izquierdo traccia tredici ritratti di altrettante figure femminili fondamentali per l’artista, ma non necessariamente sue amanti.
Figure replicate infinite volte in quadri e disegni, «spalmate sulle tele», ma che nella sconfinata bibliografia del pittore rimangono sullo sfondo. Qui conquistano invece un primo piano. In ordine d’apparizione: la progenitrice, doña María, cui Pablo assomigliava moltissimo, Fernande Olivier, Gertrude Stein, Eva Gouel, Gaby Depeyre, Irène Lagut, Olga Koklova, Marie Thérèse Walter, Dora Maar, Nusch Eluard, Françoise Gilot, Geneviève Laporte e Jacqueline Roque. Le donne di Picasso finiranno quasi tutte tragicamente. Solo la Gilot si allontanò prima che lui potesse distruggerla. Un destino che invece per le altre sembra ineluttabile. Relazioni che si intrecciano, si sovrappongono e in alcuni casi procedono in parallelo, perché Picasso era un seduttore compulsivo. A saperle guardare, però, sono le sue stesse tele a tradirlo. Quando con la donna del momento qualcosa cominciava a non funzionare, anche la sua immagine pittorica si trasformava e trasfigurava, comunicando una «sensazione di dolore, di malessere tormentato e infine di ripugnanza», osserva Paula Izquierdo.
«Dipingo come gli altri scrivono la propria biografia. I miei quadri finiti sono le pagine del mio diario». Questa frase di Picasso è posta in exergo al libro della Izquierdo. Le chiediamo allora se non sarebbe preferibile godersi l’opera di un artista prescindendo dalla sua biografia o se conoscere le disgrazie o le bassezze di un genio sia uno strumento ulteriore per avvicinarsi alla sua arte. «Sono dell’opinione che l’opera d’arte debba avere in sé la forza sufficiente ad avvincerci, scuoterci o commuoverci, risponde l’autrice. Ma nel caso di questo genio conoscere il momento esatto in cui un quadro è stato dipinto, la situazione personale e affettiva che stava attraversando aggiunge informazioni preziose per capire, ad esempio, che cosa c’è dietro le mandibole con i denti giganteschi di Olga Koklova, o dietro a un dipinto come “Gli innamorati”, che risale al momento in cui Picasso inizia la relazione con Fernande».
Brassaï in un’occasione disse dell’amico Pablo: «Ogni volta che fa tabula rasa è qualcosa di definitivo, inesorabile. È la sua forza! La chiave della sua giovinezza. Come un serpente che fa la muta, si lascia la vecchia pelle alle spalle e inizia una nuova vita da un’altra parte... Dopo una rottura, non si volterà mai indietro. Più prodigiosa della sua memoria è la sua capacità di dimenticare». Se dovesse tracciare un profilo psicologico di Picasso come lo definirebbe? Un genio malvagio, un megalomane, un sadico, un anaffettivo?
Credo che sia stato un po’ tutte queste cose. Forse l’aggettivo malvagio è quello che meno lo rappresenta, forse lo è stato solo alla fine dei suoi giorni, quando vedeva avvicinarsi la morte. Da fuori lo si potrebbe definire così, in realtà non era cosciente dei cadaveri che lasciava al suo passaggio. Era troppo preso dalla sua opera e dal desiderio di superare qualunque altra opera plastica fosse stata creata prima di lui. Sul fatto che fosse un genio, però, non ci sono dubbi.
«Le donne sono macchine per soffrire». Picasso dixit. I percorsi personali di tutte le sue compagne, così come emergono da questo libro, sembrano confermarlo. Eppure all’inizio della relazione tutte loro hanno una personalità ben definita, indipendente; sono intelligenti, creative, spesso anticonformiste. Come spiega questa sorta di suicidio collettivo?
Picasso aveva una personalità fortissima e un potere seduttivo fuori dal comune. Dora Maar era una magnifica fotografa, ma lui era capace di annullare il talento altrui, il modo di pensare e di intendere il mondo degli altri e spingerli a credere quel che credeva lui. A volte era meravigliosamente affascinante e questo aveva un prezzo altissimo. Non conosco nessun altro uomo con la sua capacità di assorbire il meglio di qualunque essere umano gli si avvicinasse.
Ripercorrendo le relazioni che Picasso ha avuto nella sua lunga vita si ha quasi l’impressione che le tele, i disegni, le ceramiche, si alimentassero fisicamente del corpo della donna.
In effetti era la mia ipotesi di partenza; le fagocitava. A seconda di chi fosse la donna con cui stava vivendo o dividendo la sua vita in quel momento Picasso cercava di trovare un’espressione artistica che si fondesse con quello che la donna gli ispirava.
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Le amanti di Picasso. Quando il genio diventa crudeltà, di Paula Izquierdo, traduzione di Cinzia Buffa, 176 pp., Cavallo di Ferro, Roma 2010, euro 16,00