Dakar. «L’arte trasforma la realtà. È un mezzo molto efficace per comunicare idee e per rendere visibile ciò che non si vede o non si vuole vedere». Lo afferma l’olandese Han Nefkens, scrittore, collezionista e presidente della Fondazione ArtAids, con sede ad Amsterdam e Barcellona.
Dalla sua apparizione nel 2006, la Fondazione ha prodotto un’ottantina di opere che affrontano il tema dell’Aids in tutti i suoi aspetti. «Per frenare la pandemia, spiega Nefkens, la prevenzione è basilare e l’ostacolo maggiore della prevenzione è lo stigma, la paura dell’esclusione sociale e della condanna. Non organizziamo solo mostre, ma anche workshops, conferenze e azioni che aiutano le persone a considerare l’Aids una malattia come le altre».
ArtAids è presente alla IX edizione di Dak’Art, la più importante biennale del continente africano, che si tiene nella capitale senegalese dal 7 maggio al 7 giugno, sotto il titolo di «Retrospettive e prospettive». Dak’Artriunisce le opere di una cinquantina di artisti che offrono uno spaccato della creazione emergente africana, scelti da 5 curatori; sono Kunle Filani, nigeriano, che è anche artista e poeta; Marylin Martin, storica dell’archiettura e critica sudafricana; Marème Malong Samb, francese di origini senegalesi; Sylvan Sankalé, di Dakar, che, oltre a essere curatore, è avvocato e studioso di diritto; e Rachida Triki, critica e curatrice tunisina. Nella rassegna promossa da ArtAids, l’unica che comprende anche artisti non africani, sono esposte opere inedite, tra le quali cortometraggi del collettivo Waru di Dakar e un videoclip rap del filippino Lionel Mwe, proiettato sul ferry che porta alla sede della mostra, sull’isola di Gorée, in passato uno dei centri nevralgici del traffico di schiavi. Koen Vanmechelen presenta il «Cosmopolitan Chicken Project», un progetto simbolico di incroci tra galli e galline di diversi Paesi africani, che comprende un’installazione con 7mila uova, degustazioni di piatti a base dello stesso ingrediente e un workshop durante il quale i bambini dipingono i gusci.
Il collettivo belga De onderneming ha concepito il lavoro, allestito in spazi pubblici, «Project Prudence» (nome dalla marca di preservativi più usati in Senegal), diretto alle persone che non sono potenziali visitatori della mostra. «Durante l’inaugurazione e nei giorni che la precedono, gli artisti percorreranno le strade con una performance in cui saranno filmati mentre esplorano insieme al pubblico le possibilità creative del preservativo», spiega l’olandese Stef Van Bellingen, curatore della mostra, che s’intitola «Tous ensemble». Lo stesso Nefkens, quando scoprì di essere sieropositivo, iniziò un lungo percorso di lotta, in cui l’arte ha giocato un ruolo fondamentale. La sua raccolta privata, indipendente dall’attività di ArtAids, si chiama H+F Collection e comprende circa 500 opere, di cui 433 depositate in vari musei. La maggioranza sono fotografie, comprese immagini, scattate da Luisa Lambri, della Casa Barragán di Città del Messico, dove il collezionista ha vissuto per anni.
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