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Beni culturali

Residui passivi: ecco il vero problema

Tutti i recenti Ministri hanno riformato il Mibac, nessuno la sua macchina finanziaria. Ecco una proposta per le Soprintendenze

Roma. La questione che vogliamo affrontare è assai complicata. È uno dei frutti peggiori della malapianta della gestione inefficiente e burocratica dei fondi pubblici, che infesta da sempre il bilancio dello Stato. I beni culturali, in particolare, sono il settore nel quale si paga il prezzo più alto del cattivo esercizio delle risorse, sia in termini quantitativi, perché si sottraggono soldi già iscritti a bilancio, sia per l’evidente danno arrecato al nostro patrimonio storico-artistico, caposaldo della nostra identità nazionale. Essendo la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione» un dei compiti della Repubblica italiana (sancito come noto all’articolo 9 della nostra Carta costituzionale) si potrebbe dire, senza esagerare, che tale inefficienza sia un reiterato e subdolo attentato alla Costituzione, perpetrato nella quasi indifferenza generale.
Non potendo fornire la soluzione di un problema così annoso e intricato, è però possibile indicare alcuni spunti di riflessione basati su dati di bilancio dei quali i responsabili del Mibac sembrano dimenticarsi.
Se per esempio il ministro Bondi, investito dalle critiche sui tagli previsti dal governo Berlusconi al bilancio del Mibac dell’allora presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, Salvatore Settis, avesse risposto: «È vero, il Ministero dell’Economia sta tagliando risorse per la cultura, ma questa è l’inevitabile conseguenza della cronica inefficienza gestionale. Starà a noi ora riorganizzare completamente i meccanismi di spesa per poter poi ricontrattare in Consiglio dei Ministri le quote della prossima legge finanziaria assegnate al Mibac», probabilmente non avrebbe evitato le dimissioni di Settis, ma avrebbe replicato nel merito, compiendo un passo in avanti in questo dibattito e mostrando finalmente quale fosse il vero problema. Ovviamente non è giusto concentrare la responsabilità sull’attuale Ministro, il quale arriva buon ultimo in una lista di colleghi che non hanno risolto la questione. In questo novero si segnala, quantomeno per la presa di coscienza, l’ex ministro Francesco Rutelli. Nel novembre 2006, intervenendo a un convegno del Fai disse infatti: «Il bilancio dei Beni culturali nel 2001 era pari allo 0,48% (incluso il comparto spettacolo, Ndr), mentre nella proiezione sull’anno 2007, a legislazione vigente e quindi prima della legge finanziaria, scende allo 0,26%. Questa è la prima brutta verità. La seconda brutta verità che dobbiamo parimenti affrontare è che a causa della scarsità di risorse non abbiamo un’adeguata capacità di spesa. Negli ultimi cinque anni, i fondi che si sono tradotti in residui passivi nel bilancio dei Beni culturali sono stati pari a quasi 2,3 miliardi di euro. Questo significa che dobbiamo rivedere in profondità l’organizzazione del Ministero per i Beni e le Attività culturali». La buona intenzione c’era, ma la revisione purtroppo, come sappiamo, non è avvenuta. Tutti i Ministri negli ultimi quindici anni hanno «rivisto», chi più chi meno, l’organizzazione del Ministero. Nessuno però ha rivoluzionato come sarebbe stato necessario la macchina finanziaria. I centri si spesa sono più o meno gli stessi e dunque il problema non fa che perpetuarsi.
Le cifre sono a dir poco impressionanti e purtroppo si è subito partiti male. A scorrere gli esercizi finanziari dal 1977 a oggi si percepisce subito la gravità del fenomeno. Se in quell’anno l’esigua quota percentuale prevedeva per il settore lo 0,07 % del Pil, sui 148 miliardi stanziati ben 63 risultavano alla fine come residui passivi, cioè circa il 43 per cento! L’anno successivo sui 241 miliardi a bilancio (con un aumento consistente che portava la quota allo 0,10% del Prodotto interno lordo) ben 82 miliardi risultavano non spesi. Dunque la quota percentuale migliorava, abbassandosi al 34 per cento, ma aumentava in termini assoluti. Negli anni successivi la situazione andava leggermente migliorando, fino al 1986 quando a un aumento dello stanziamento generale, 1.263 miliardi, pari allo 0,14% del Pil, si registravano ben 405 miliardi di residui passivi. Ma nel 1987 (annus mirabilis per le casse del Ministero, 2.348 miliardi lo stanziamento, con una quota vicina al raddoppio: 0,24% del Pil) si registrava la peggiore performance: i miliardi non spesi a fine anno erano ben 1.033.
Negli anni Novanta sono intervenute varie modifiche dell’assetto istituzionale, tra le quali la più rilevante è la legge Bassanini del 1997. La razionalizzazione dell’organizzazione del governo ha prodotto anche sui Beni culturali i suoi effetti benefici. Infatti tra il 1998 e il 2001 si è passati da un totale di 1,173 miliardi di euro a 942 milioni di residui. Con una contrazione di ben 231 milioni di euro. Peraltro sono gli anni in cui si son registrati gli aumenti più cospicui anche in termini assoluti: nel 2001 si arrivava a 1.974 miliardi di euro per il bilancio dei Beni culturali in senso stretto e 2.709 includendo anche lo Spettacolo e lo Sport. Proprio l’accorpamento di questi due settori in realtà ha complicato ulteriormente il bilancio del Mibac, contribuendo non poco a peggiorare le cose. Se infatti tra il 1998 e 1999  si sono recuperati ben 210 milioni di euro di residui nei Beni culturali, nel bilancio generale si è arrivati a un aumento di ben 640 milioni di euro. 
Nell’ultimo decennio purtroppo i residui passivi sono continuati ad aumentare e sono arrivati alla cifra record di 2.602 miliardi di euro nel 2004, 1.643 dei quali per i beni culturali in senso stretto. Purtroppo nell’ultimo anno, il 2009, si è segnato un ulteriore aumento di circa 200 milioni. Urge dunque intervenire, anche perché evidentemente i commissariamenti, che in linea teorica potrebbero aiutare, non sembrano essere la risposta adeguata.
Quello che emerge è un dato chiaro: l’aumento delle risorse non risolve il problema dell’incapacità di spesa, anzi a volte lo aggrava. Dunque il dibattito sulla penuria delle risorse nei nostri beni culturali è privo di senso se non verrà affrontato l’enorme problema dei residui passivi.
La vera rivoluzione sarebbe cambiare le competenze periferiche. Distinguere cioè le responsabilità contabili da quelle scientifiche e di tutela. Oggi i soprintendenti sono chiamati a questo doppio ruolo che evidentemente non riescono a svolgere. D’altra parte sarebbe troppo pretendere che uno storico dell’arte sappia anche fare il manager. Eppure questo «troppo», fino ad oggi, è quanto è stato chiesto ai dirigenti periferici del Mibac. È arrivato il momento di voltar pagina, aggiungendo questa riforma a quelle che il Governo ha intenzione di portare avanti nei prossimi mesi.

© Riproduzione riservata

di Roberto Rosati, da Il Giornale dell'Arte numero 298, maggio 2010

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