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Paris brûle-t-il?

Senza catalogo non è museo

Le pubblicazioni scientifiche sono irrinunciabili perché consentono di fare il bilancio delle collezioni permanenti e di rettificare le attribuzioni

Nicolaes Maes, «La baignade», Parigi, Louvre. © Musée du Louvre / A. Dequier - M. Bard

Un museo, lo si scorda spesso in Francia come in Italia, è costituito anche dalle sue pubblicazioni scientifiche. Intendo dire che esse passano inosservate agli occhi del grande pubblico, costano care (ben poco in verità) e non interessano che gli specialisti. In ogni caso sono assolutamente indispensabili. Tra le pubblicazioni irrinunciabili per ogni museo, per non dire quelle che dovrebbero passare davanti a tutte le altre e rappresentare l’assoluta priorità, ci sono i cataloghi delle collezioni. Perché questo genere è oggi così spesso sottovalutato? Solo i « capolavori » attirano l’attenzione e ciò che è permanente, cioè le collezioni, è regolarmente sacrificato all’effimero, vale a dire alle esposizioni temporanee. E pertanto i cataloghi delle collezioni si rivelano indispensabili. Essi permettono di fare il bilancio delle collezioni, di registrare i progressi della storia dell’arte, di rettificare, in meglio e a volte in peggio, le attribuzioni tradizionali, di sapere, in altri termini, che cosa si possiede e di costruire non sulla sabbia delle vaghe identificazioni, ma su un suolo più stabile (anche se, tutti lo sanno, le attribuzioni meno contestate subiscono anch’esse le leggi della revisione). Il Louvre, il dipartimento di pittura in particolare, non è all’avanguardia per quanto concerne i cataloghi. Certo, si devono citare il catalogo con schede brevi della pittura italiana (2007) e soprattutto i cataloghi ragionati della pittura spagnola di Véronique Gerard-Powell e di Claudie Ressort (2002), così come quelli, esemplari in tutti i sensi, di Stéphane Loire dedicato alla Bologna del Seicento (1996) e a Firenze, Genova, la Lombardia, Napoli, Roma e Venezia sempre nel XVII secolo (2006), ma non esisteva niente di simile per le scuole del Nord, le Fiandre e l’Olanda, dal XV al XIX secolo (per artisti nati prima del 1820). Jacques Foucart, da tempo responsabile del Louvre per la pittura del Nord, oltre che del centro di studi e di documentazione che offre ogni giorno vari servizi a numerosi ricercatori, ha appena firmato un catalogo di 1.130 voci (Jacques Foucart, Catalogue des peintures flamandes et hollandaises du musée du Louvre, a cura di E. Foucart-Walter, 384 pp., Editions du Musée du Louvre-Gallimard,  Parigi 2009, e 79,00: forse un po’ caro per uno strumento di lavoro). Tutti i dipinti sono riprodotti in bianco e nero (è a colori solo quello in copertina).  Le fotografie indubbiamente sono spesso molto piccole, ma sono leggibili quel tanto che basta per consentire di ricordarsi dei dipinti. Vi si ritrovano i dodici Rembrandt del Louvre (un punto interrogativo accompagna il «Ritratto di Tito», il figlio del pittore, e la celebre «Sacra Famiglia con sant’Anna», un tempo detta «Le Ménage», e catalogata come di «Rembrandt (e allievo?»), vi si ritrovano i cinquanta (cifra tonda) Rubens, senza dimenticare i trentasei Teniers il giovane, i due Vermeer, i Frans Hals e i Jordaens (per non citare inoltre Van Eyck e Van der Weyden). Certo, si verifica l’importanza delle acquisizioni olandesi della seconda metà del XVIII secolo, nonché l’importanza di quelle successive alla seconda guerra mondiale, vi si constatano delle lacune (Hercule Seghers per non citarne che una), ma le sorprese e le rarità abbondano, e lasciamo al lettore la gioia di scoprirle (Victor Boucquet, Willem Drost, «Il bagno» di Nicolaes Maes per stuzzicarvi). Le notizie sono quelle di un catalogo con schede brevi ampliate: una cura particolare è riservata alla storiografia, all’iconografia e alla biografia perfettamente aggiornate. In teoria da un catalogo ci si aspetta neutralità. Che dica la verità. Di fatto il suo autore, malgrado si preoccupi di essere obiettivo, prende posizione. Certo, riassume lo stato delle cose. Alcuni autori sono severi e sanno mettere in discussione quanto fino a quel momento sembrava acquisito, altri sono più esitanti, più rispettosi delle opinioni del passato. Jacques Foucart mi sembra classificabile piuttosto nella prima categoria e non si lascia impressionare dalle opinioni dei suoi predecessori. Ma non tronca mai in modo brutale. Decide a seguito di mature riflessioni e con evidente rispetto per le precedenti opinioni. Il catalogo è corredato di cinque preziosi allegati, di un’impressionante biografia generale e di utili indici dei committenti, collezionisti, mercanti e donatori. L’opera è indispensabile per tutti coloro che amano i quadri delle Scuole del Nord (e per i frequentatori assidui del Louvre).
P.S. Colgo l’occasione per menzionare la recente uscita di due imponenti volumi a cura di Marie Lou Fabréga-Dubert dedicati alle antichità della collezione Borghese acquisita nel 1807 per il museo di Napoleone, a cura delle éditions du Louvre e Beaux-Arts de Paris.
© Riproduzione riservata


di Pierre Rosenberg, da Il Giornale dell'Arte numero 297, aprile 2010


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