Si sa che l’Italia snobba gli archivi d’arte, siano essi di Vasari o di Marinetti. Il curatore Luca Massimo Barbero, attuale direttore del Macro di Roma, ne ha invece setacciati una quarantina tra pubblici e privati, insieme a Giorgina Bertolino e Francesca Poli, per realizzare la mostra e il libro (edito da Allemandi & C.) «Torino sperimentale 1959-1969». Il 1959, oltre a essere la data di nascita della Galleria Civica d’arte moderna, è l’anno della mostra «Arte Nuova», con la quale il critico Michel Tapié, in «complicità» con il gallerista Luciano Pistoi, portava in Italia l’«internazionale» espressionista astratta e informale, dagli Stati Uniti di Pollock al Giappone dei Gutai. Luoghi e grandi mostre, artisti di passaggio o stanziali, da Lucio Fontana, apparso in città già nel 1935 per la «Prima mostra collettiva d’arte astratta» organizzata nello studio di Casorati e Paulucci, a Mario Merz; gallerie coraggiose; utopie realizzate come il Deposito per l’arte presente, punto di riferimento per collezionisti, galleristi e poveristi all’inizio della loro avventura o destinate a permanere come base per lo sviluppo museale della città (come il Museo sperimentale con le opere lasciate in deposito dallo storico dell’arte Eugenio Battisti), scandiscono la mostra (in corso sino al 9 maggio nella Sala Bolaffi) e il libro. La cronologia include approdi architettonici, come il quartiere «Italia ’61» eretto per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia e grandi mostre: alla Galleria Civica. La città diventa infine incubatrice per le prime esperienze di performance art, tendenza che «contamina» anche gli esordi di Nespolo, Gilardi, Pistoletto, dello stesso Penone il cui autoritratto con lenti a contatto riflettenti timbra il 1970 e, con il suo titolo, indica nella capacità di «Rovesciare gli occhi» la condizione necessaria per lanciare sguardi inediti sul futuro.