roma. Quella di Alberto Ronchey non può essere ricordata soltanto come la scomparsa di grande giornalista, inviato speciale, editorialista e direttore de «La Stampa». Ronchey infatti, da protagonista, ha dedicato una parte della sua vita a rendere più accessibile e popolare il nostro patrimonio artistico. La nomina a ministro dei Beni culturali fu una novità e una sorpresa. Non era un politico anche se dichiarava le sue simpatie per Ugo La Malfa (aveva anche diretto «La Voce Repubblicana»). Arrivò al ministero con il suo impermeabile all’inglese nel giugno del 1992, chiamato dal presidente del consiglio Giuliano Amato in piena bufera «mani pulite», un momento molto particolare: per almeno un anno, con la classe politica fuori gioco travolta dallo scandalo tangenti, fu possibile scegliere personalità lontane dai partiti (per esempio alla Rai, dove il CdA per la prima e unica volta non fu «lottizzato»: termine coniato proprio da Ronchey). Amato non nominò un tecnico ma un giornalista famoso, fine intellettuale lontano dai salotti televisivi e dai circoli mondani, uomo di cultura che conosceva il mondo e i libri.
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