
Uno gira per fiere italiane, e ognuno degli organizzatori si sente in dovere di spiegargli che lì, e solo lì ovviamente, c’è l’arte vera, l’arte che conta, mentre altrove, come diceva Totò, son solo quisquilie e pinzillacchere. Camminando di corridoio in corridoio per questi cospicui centri commerciali provvisori (ché altro, a ben vedere, non sono) può accadere di passare da quello che espone una scultura lignea sacra medievale a uno che ha gli Schnabel, da un paesaggio macchiaiolo a un De Chirico, da un Fontana a un Hiroshige. In altri casi si può trascorrere da Morandi ai ragazzini che fanno video improbabili, dai Mathieu alle fotografie del trentenne giapponese o cinese di turno. Eccetera.
E tra le persone (l’ufficio stampa li chiama sussiegosamente professionals, siamo pur sempre de noantri) quel tale può constatare la stessa distinzione, solo che è trasposta sul piano del vestiario e dei comportamenti, ed è talmente spinta da creare vere e proprie cesure antropologiche. C’è il vecchio gallerista militante che ci crede ancora col maglione irlandese slandro, e quello che prima militava ma poi ha fatto i soldi ed è in principe di Galles fatto a Londra; c’è il super lampadato con catenone aureo da film dei Vanzina anni ’80, e c’è quello che se la tira da intellettuale ma non gli hanno ancora spiegato che in total black ormai si vestono solo alcuni nazisti di Rotterdam e qualche architetto imbolsito; c’è quello che viene dalla provincia ed esibisce orgogliosamente una camicia rosa-improbabile stazzonata che gli pende dalla patta, e quello che il suo gessato pare un delirio lisergico di Sol LeWitt. E c’è il mio preferito, il fighetto con i jeans a sigaretta, giacca di suo fratello minore e ai piedi scarpe aguzze talmente lunghe che ti convinci che sia per migliorare il baricentro e sopportare il peso dell’orologio da un metro cubo: la cravatta, puoi scommetterci, è una delle duecentocinquanta Marinella quasi uguali che alterna religiosamente.
Per dire i galleristi. Poi ci sono gli artisti, e qualcuno porta ancora il basco, mentre a tre metri c’è quello rivestito Armani e un altro che se non fosse qui giureresti che fa l’impiegato al catasto. Sono questi personaggi che al bar danno vita a un tessuto sonoro articolato, composito, di accenti campagnoli all’unisono con birignao ripuliti, congiuntivi agghiaccianti sgranati con baldanza che minuettano con giri di frase eccellenti, tra un «relazionale» di qua e una «studio visit» di là (che vuole dire andare a vedere quel che fa il giovane artista nella stanzetta di casa sua, ma vuoi mettere così come sembra, appunto, professional) in bella alternanza con i più frequenti «solo di cornici ho speso...» e «postdatato».
E allora quel tale si ritrova, un po’ straniato, a fantasticare. Mettiamo, si dice, che questo non sia un luogo dell’arte ma uno della musica. E nel pensier si finge una playlist con dentro, uno via l’altro, Rossini e Tan Dun, le Lollypop e Cateano Veloso, Bruce Springsteen e Giacinto Scelsi, Charlie Mingus e i Dirty Vegas. Oppure a un party in cui Maurizio Pollini conversa amabilmente con Scialpi chiedendogli come vanno le vendite, Jannacci progetta di fare un disco con Nicky Minaj, Carla Bley va al bar con Bocelli e al loro tavolo si aggiunge Daniel Harding, che racconta di aver appena fatto un cambio di date con Pupo. E pensa al vecchio saggio Pierre Bourdieu, il quale predicava la faccenda dei «sottocampi di produzione ristretta» e gli unici a dargli retta sono stati quegli squaloni dei capitalisti veri, quelli della musica che mai si sognerebbero di mettere nella stessa classifica Abbado, Coccoluto e Povia, e quelli del cinema che mai inviterebbero una soap opera al Festival di Berlino e altrettanto mai darebbero un Oscar a Fatih Akin. Ma a noi dell’arte, si sa, ci piace socializzare. E poi vuoi mettere il brivido di fine fiera, quando si può far dei cambiacci tra i Lodola e gli Accardi, gli Araki e i Sironi?