Il Complesso del Vittoriano ospita dal 6 marzo al 29 giugno la mostra «Da Corot a Monet. La sinfonia della natura». Circa 170 opere tra dipinti, opere su carta e fotografie d'epoca (queste ultime mai esposte in Italia) tracciano l'evolversi della rappresentazione della natura nella pittura francese del XIX secolo. Le opere giungono da istituzioni museali internazionali, tra cui Art Institute di Chicago, Metropolitan Museum e New York Public Library di New York, National Gallery e Corcoran Gallery di Washington, Toledo Museum e Kimbell Art Museum, Musée Marmottan e Bibliothèque nationale de France di Parigi, Musée Fabre di Montepellier, Hamburger Kunsthalle di Amburgo, Ermitage di San Pietroburgo e collezioni private (catalogo Skira). Ad aprire la mostra è il confronto tra i paesaggi classicheggianti, alla maniera dei Salons, quali la «Vista dell’isola di Capri» di Henri Harpignies, e quelli innovativi dei pittori della Scuola di Barbizon (Corot, Rousseau, Díaz de la Peña, Dupré e Daubigny) che ai luoghi spettacolari antepongono scene rurali solitarie, attenti a cogliere gli effetti della luce e dell’atmosfera, disegnati e talora dipinti en plein air. Una rappresentazione della natura come forza vitale, nella sua perpetua attività generatrice, priva di figure umane, è quella presentata da artisti come Courbet, Boudin e Cazin. Gli impressionisti amplificarono al massimo le innovazioni e minimizzarono il conservatorismo degli artisti di Barbizon. Prendendo spunto dagli sviluppi della scienza a loro contemporanea (e in mostra figurano alcune copie della rivista scientifica «La Nature» di Gustave Tissandier e pubblicazioni del geologo Elisée Reclus), i pittori impressionisti rappresentano la terra come un insieme di sistemi umani e naturali collegati tra loro, in cui tutte le parti sono ugualmente vitali e reciprocamente vincolate. Quella impressionista è una sfida al pittoresco convenzionale, sia nel virtuosismo della tecnica essenziale, sia in quello della composizione. La tendenza antiurbana e introspettiva dell’arte moderna fin de siècle ha il suo esempio perfetto nella La fusione tra pratica artistica e vita privata che Monet attuò nella casa e nei giardini di Giverny. La mostra si chiude con una testimonianza del suo imponente ciclo delle «Ninfee», le «Grandes Décorations» allestite in due sale ovali al Musée dell’Orangerie di Parigi e aperte al pubblico nel 1927, un anno dopo la morte dell’artista. Spiega il curatore, Stephen F. Eisenman: «Questo sforzo di monumentalizzazione è decisamente distante dalla deliberata contemporaneità e contingenza della precedente visione ecologica di Pissarro, Sisley e dello stesso Monet. L’artista aveva quindi abbandonato l’ecologia di Reclus, con la sua enfasi sul cambiamento e sull’interdipendenza dinamica di natura e cultura, per tornare a una versione del paysage nature o natura naturans (la natura che genera se stessa) della scuola di Barbizon, ma stavolta senza la struttura di sostegno del classicismo. Il risultato è una straordinaria emancipazione dalle forze scoraggianti della modernizzazione, ma anche un terribile ritiro in un’isola privata di sogni e ansietà». A collaborare con Eisenman, ordinario di Storia dell’Arte presso la Northwestern University di Chicago, nella cura della mostra è Richard R. Brettell (University of Texas, Dallas); il comitato scientifico è composto da John House (Courtauld Institute, Londra); Maria Grazia Messina (Università di Firenze); Greg M. Thomas (University of Hong Kong; Mary Anne Stevens (Royal Academy of Arts, Londra); Michael Zimmermann (Zentralinstitut für Kunstgeschichte, Monaco di Baviera).