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Bassano del Grappa

Gli sfregazzi del Bassano

15 prestiti integrano le 23 opere del Museo Civico (in attesa della mostra del 2012)

Jacopo Bassano, «Due bracchi legati al tronco di un albero», 1549 ca, Parigi, Louvre

bassano del grappa (vi). Con la mostra «Jacopo Bassano e lo stupendo inganno dell’occhio» (catalogo Electa), in programma al Museo Civico del paese natale dell’artista dal 6 marzo al 13 giugno, si conclude la trilogia che vede attualmente aperte le mostre di Giorgione a Castelfranco (cfr. Il Giornale dell'Arte n. 292, nov. ’09, p. 31) e quella di Cima a Conegliano (cfr. lo scorso numero p. 12). La mostra dedicata a Jacopo Bassano, a cura di Alessandro Ballarin e Giuliana Ericani, direttrice del Museo Civico di Bassano, e organizzata da Villaggio Globale, accosta alle 23 opere di proprietà del Museo Civico altri 15 dipinti, frutto di prestiti. Queste integrazioni al corpo permanente permettono di esemplificare al meglio l’attività artistica di Jacopo da Ponte detto da Bassano (1510/12-92), dagli inizi fino agli anni Settanta, mettendo in evidenza il variare del suo stile, da un iniziale realismo fino alla pittura di tocco, passando per la fase cruciale del Manierismo. Con la splendida eccezione dei «Due bracchi legati al tronco di un albero» (1549 ca), provenienti dal Louvre, una gemma di malinconico realismo. Di poco più tardo l’«Ecce Homo» di collezione privata, un esempio dell’adesione di Jacopo all’ideale di una chiesa riformata, non la luterana, ma quella improntata alla spiritualità benedettina. I prestiti esaltano anche la sua, finora sottovalutata, capacità introspettiva grazie alla messa in relazione del ritratto ancora giovanile (1542-43) di Budapest con quello maturo del senatore veneziano (1558-60) da Berlino. Il sottotitolo, lo «stupendo inganno dell’occhio», desunto da Boschini, esalta il naturalismo di tante tele che ingannano l’occhio dello spettatore, estrapolando da un’«Adorazione dei Magi» (quella privata da Roma o quella di Birmingham) o da un’«Adorazione dei Pastori» (da Houston), il dettaglio di un frutto o di un albero o di un animale, quei «frammenti di vero», come li definisce Ballarin, che urtano per la loro felice incongruenza con il contesto. Prima ancora della pittura di genere, legata soprattutto al tema delle stagioni, che determinarono la fama internazionale di Jacopo, e che saranno oggetto, insieme alle opere dell’ultimo periodo e a quelle dei figli Francesco e Leandro e della bottega, della grande mostra già in programma per il 2012 a conclusione del triennio di celebrazioni della nascita dell’artista (1510/12).
Dottoressa Ericani, ci sono stati approfondimenti sull’opera di questo artista dall’ultima retrospettiva dedicatagli a Bassano nel 1992?
Quasi nulla, tranne alcuni approfondimenti iconografici e iconologici, i quali necessitano comunque di un quadro di riferimento, che potrebbe essere il contributo di questa mostra.
Il percorso annovera prestiti prestigiosi.
Ci sono degli inediti, ottenuti grazie alla rete di rapporti internazionali instaurati dal Museo e che consentono di integrare due lacune relative agli anni 1545-55 e a quelli  58- 61, centrali nell’attività di Jacopo, e che non sono rappresentati nella collezione del Museo, definito il più grande salone monografico del ’500. È ricco di ben 23 opere, ma per lo più di provenienza ecclesiastica.
Sono rappresentate le tre diverse maniere di Jacopo?
Sì, a cominciare dal naturalismo iniziale, quello della «Cacciata dal Tempio» (1533) di collezione privata inglese, reperita non a caso su questo  mercato che, fin dal 1600, ha recepito le opere del Bassano senza confonderlo, come spesso avveniva, con quelle di Tiziano e del Veronese. L’opera è accostata alla «Fuga in Egitto» (1534) del Museo Civico. In queste prime opere è evidente, nella luce e nel ritmo,  l’influenza di Tiziano, ma anche dei bresciani Savoldo e Romanino.
Segue la fase manierista...
Per la quale Bassano guarda, specie per quanto concerne la composizione, a Raffaello e soprattutto ai manieristi arrivati in Laguna dopo il Sacco di Roma, come Vasari e Salviati. Fondamentali sono gli affreschi che quest’ultimo dipinge per il Palazzo Grimani di Venezia.
C’è poi il Bassano degli anni Settanta.
Quello degli «sfregazzi», per dirla con Boschini, che anticipa la pittura di tocco del Seicento e, per alcuni, persino Renoir.
Un autore stanziale nella sua Bassano periferica, ma molto informato.
In realtà il rapporto con la vicina Venezia era costante, penso con frequenza settimanale.
La mostra di Jacopo segue quella di Giorgione a Castelfranco e di Cima a Conegliano. Che relazione esiste tra questi artisti?
Ho sempre sostenuto che l’anno in cui muore Giorgione è quello in cui nasce Jacopo, che considero il suo erede, anche in relazione al paesaggio, come dimostra il «San Gerolamo» del 1563. Più difficile il riferimento a Cima, certamente non diretto, ma mediato da Bartolomeo Montagna, specie per quanto riguarda la luce cristallina.
Il che potrebbe far pensare anche a un’influenza della pittura nordica.
Che Jacopo sicuramente conosceva, forse per esperienza diretta, per quanto non documentata, certo attraverso le stampe.
© Riproduzione riservata

di Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 296, marzo 2010


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