
Sono libri come questo imponente Costantinople che confermano la natura molteplice del linguaggio fotografico, la sua straordinaria capacità di prestarsi a usi e letture quasi infinite (Costas M. Stamatopoulos, Costantinople through the lens of Achille Samandji and Eugene Dalleggio, 506 pp., Umberto Allemandi & C., Torino 2009, € 160,00). Il volume è infatti composto da 568 immagini tratte dalla collezione di Marios E. Dalleggio, che ha raccolto e ordinato gli archivi lasciati in eredità dal nonno e dal padre, Achille Samandji e Eugene Dalleggio, contenenti quasi 1.500 fotografie realizzate nella capitale dell’Impero Ottomano a cavallo tra XIX e XX secolo. Personaggi coltivatissimi, legati alla comunità greca che al tempo era assai consistente nella città, i due appassionati cultori di fotografia hanno ripreso monumenti e luoghi anonimi, personaggi celebri e cittadini qualsiasi, eventi storici e la vita di tutti i giorni, realizzando con la loro opera il ritratto di una società scomparsa. Il libro e le immagini che lo compongono possono dunque essere letti come un prezioso documento, utile per comprendere i mutamenti urbanistici e architettonici avvenuti, ma anche come un viaggio all’interno del nostro immaginario, di ciò che è giunto in Occidente da quella porta situata sul Bosforo. Sempre, però, la fotografia dice anche qualcosa d’altro, racconta storie che vanno al di là della storia, inventa un mondo parallelo a partire dalla realtà. Ecco allora l’immagine quasi surreale di Eugene Dalleggio che «naviga» nella cisterna di Philoxenos, le nuvole sulla città che lasciano presagire il crollo imminente dell’Impero, il mutare dei costumi segnato dagli abiti ma anche dalle insegne e dai tram nelle strade, tutto ciò che forse non era nelle primarie intenzioni degli autori, e che oggi invece diviene fonte di curiosità e, a volte, di nostalgia.
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