
Tra due mesi compirà il secondo anno da Ministro per i Beni culturali. Eppure sembra sia arrivato da poche settimane, tant’è impalpabile la sua azione. Come mai Sandro Bondi da Fivizzano, cinquantenne senza età, non riesce a incidere nel corpo molle del Collegio romano? Certo, ogni volta che interviene non sembra mai che abbia studiato a fondo il «dossier» di cui parla. Il suo eloquio è sempre un po’ superficiale e riempito di luoghi comuni, mai acuto e analitico, attento soprattutto a non produrre quegli spigoli senza i quali, però, difficilmente si può intervenire su un organismo così sonnacchioso come quello dei Beni culturali. D’altra parte l’idea che un uomo politico sia adatto a governare, tutelare e promuovere la cultura e il patrimonio artistico, solamente perchè ha una consuetudine con i libri superiore alla bassa media nazionale o perché si diletta a scriver poesie, è quantomeno ingenua. Ciononostante, deve essere stata questa la ragione che ha spinto Silvio Berlusconi a pensare a lui. Indubbiamente il premier, nonostante le reiterate dichiarazioni di attenzione e cura per i destini del patrimonio artistico e culturale italiano, non sembra giudicarli esattamente una priorità del suo governo. Avrà pensato: «Se Sandro ci tiene tanto, facciamolo Ministro». Come poteva dir di no a chi ormai gli ha dedicato complementamente la vita? Correva l’anno 1994, quando il compianto scultore Pietro Cascella decise di portar con sé quell’amico trentacinquenne per farlo conoscere al Cavaliere. Cascella stava lavorando al mausoleo nella villa di Arcore e Berlusconi apprezzò quel giovane anziano nei modi, nonostante qualche riserva per il passato da sindaco comunista. Lo apprezzò a tal punto da affidargli prima la direzione del Dipartimento beni culturali del Centro studi di Forza Italia, per poi prenderlo direttamente ad Arcore come suo più fido collaboratore. E così, a chi andava nella residenza berlusconiana capitava di essere accolto dalla figura di Bondi: a tutta prima, più un maggiordomo che un assistente. Certo la fisiognomica non aiuta. Vittorio Sgarbi, con caustica ma efficace ironia, lo ha definito «un misto fra Don Abbondio e Boldi, cioè una figura che ha in sé una componente naturalmente comica e che in realtà non dice la verità, che ha quell’ipocrisia tipica dei preti e della politica. Bondi è una figura di cortigiano, lo dico senza volerlo insultare, e l’adorazione per Berlusconi è in lui naturale e convinta. Lo so perché lo conosco, anche se pare innaturale a un uomo libero». E indubbiamente sono molti gli episodi nei quali la sua vis comica naturale si è manifestata. Per esempio, racconta un senatore della Commissione cultura di Palazzo Madama, quando a proposito di un provvedimento che lo riguardava ha affermato: «Sono conscio della gravità del problema e lo farò presente al Governo». Ma come Bondi? È lei il Governo, non lo sa? Pare che scene di questo tipo siano avvenute spesso anche alla Camera, con i commissari a darsi di gomito ridendo sotto i baffi. Purtroppo per i nostri beni culturali c’è poco da ridere. L’essere naturalmente comico nell’eloquio, nella prosa, ma soprattutto nella poesia non deve esser chiaro al nostro, altrimenti non avrebbe accettato una collaborazione in versi con «Vanity Fair». Quasi grottesco riesce a essere anche nelle dichiarazioni alle agenzie. Una per tutte, rilasciata il giorno della bocciatura del Lodo Alfano: «Ogni giorno sono stupefatto dalla determinazione, dal coraggio e dalla forza morale che il Presidente del Consiglio esprime di fronte a quello che di sconcertante accade da quasi 20 anni in questo sventurato Paese. Dobbiamo sapere tutti che senza di lui, senza la testimonianza quasi eroica e certamente commovente che offre al servizio della libertà, della democrazia e dello sviluppo dell’Italia, saremmo tutti privati della possibilità di guardare al futuro con un minimo di speranza». Bondi ama definirsi un uomo di pace. E in effetti l’avventura al Governo era cominciata all’insegna della pacificazione. «La cultura non è né di sinistra né di destra, è semplicemente cultura, o non è», ha detto. Quando però ha identificato i «cattivi» che hanno portato allo sfacelo il ministero, li ha trovati solo a sinistra. La chiave della liquida conduzione del poeta della Lunigiana si poteva intuire fin dall’inizio, persino nella scelta del suo staff. Quando ha varcato la soglia dei Beni culturali ha trovato ad accoglierlo il «suo» capo di Gabinetto, Salvatore Nastasi. Scelto da altri, precisamente da Gianni Letta. E Bondi, abituato a obbedire, ha apprezzato la premura. Ora Nastasi attende di essere incardinato ope legis come dirigente di prima fascia, non essendo in realtà dirigente, ma solo un IX livello ministeriale. Ma anche la segretaria particolare, Francesca Temperini, è stata suggerita da Denis Verdini, compaesano di Fivizzano e co-coordinatore del Pdl (strano destino: due coordinatori su tre del più grande partito italiano vengono dallo stesso ridente paese della Lunigiana). È vero che più avanti la Temperini è stata sostituita da Maria Teresa Narducci, ma più per scelta della compagna di Bondi, Manuela Repetti, che non per volontà del Ministro. Ecco l’elemento nuovo che ha preso piede nella catena decisionale: la deputata del Pdl, nominata alla Camera soprattutto in quanto «partner di Sandro», pare abbia guadagnato con il passare dei mesi sempre più spazio nelle decisioni del ministro. Su alcune materie decide la Repetti, su altre più delicate e operative è invece Nastasi, il quale non fa mistero che «tanto, alla fine, il Ministro fa come dico io».
Dovendo fare un consuntivo di questi quasi due anni, la lista delle cose fatte è assai scarna: un paio di commissariamenti su aree archelogiche (Pompei e Roma), una riorganizzazione del Ministero, in realtà servita solo a far spazio alla nuova Direzione generale per la valorizzazione di Mario Resca, che ha suscitato non poche riserve così come la sostituzione di Salvatore Settis alla presidenza del Consiglio superiore per i beni culturali (seppur con una persona di valore come Andrea Carandini). Ma le modalità con cui si è arrivati alla rottura con Settis la dicono lunga sul tentennante modo di procedere di Bondi: prima troppo conciliante e poi quasi rabbioso. Peraltro il problema posto da Settis (le risorse) è reale. Ma andava anche affrontata l’annosa questione dei residui passivi. Era inevitabile che all’Economia vedendo ritornare indietro quasi la metà dei fondi stanziati, venisse in mente di prevedere dei tagli. Per non parlare delle modalità di utilizzo dei soldi che invece si spendono veramente. Certamente l’essere allo stesso tempo coordinatore del Pdl e Ministro non aiuta, tanto più che pare che tra le priorità il Partito arrivi sempre prima del Ministero. Insomma, l’Italia che avrebbe bisogno di un Ministro totalmente dedito alla causa, capace di far di nuovo funzionare una macchina arrugginita e sempre meno qualificata, si ritrova invece un uomo straordinariamente titubante: un «meditaBondi». Non è improbabile che finirà col nominare un commissario anche nel proprio ruolo di Ministro.
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