La riscoperta di Caravaggio nel ’900 parte dal cinema: nel 1941 Amedeo Nazzari interpreta «Il pittore maledetto» per la regia di Goffredo Alessandrini; del 1943 sono «Gli ultimi studi su Caravaggio e la sua cerchia» di Roberto Longhi in «Paragone», preludio alla sua fondamentale mostra del 1951 a Palazzo Reale a Milano. «Le mostre successive, spiega Maurizio Calvesi, tra i numerosi specialisti del Merisi, sono risultate incomplete o inquinate da opere dubbie». Nello stesso anno Denis Mahon pubblica studi considerati pietre miliari dallo stesso Calvesi e da altri autorevoli «caravaggisti» come Mina Gregori e Maurizio Marini, mentre Lionello Venturi (cui si devono i pionieristici studi apparsi già nel 1910 sulla rivista «L’Arte») dà alle stampe una sua monografia caravaggesca: la prefazione è firmata nientemeno che da Benedetto Croce. Certo è che quel 1951 è una data-chiave per il definitivo decollo della fortuna critica del pittore lombardo: «Delle sue incongruenze e della sua fama» tratta in quell’anno anche Bernard Berenson.
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