milano. Fra i massimi artisti del primo Novecento, Egon Schiele è stato forse quello che più di ogni altro ha saputo interpretare le angosce del nuovo secolo. Lo sfondo su cui si svolse la sua breve vita (nato nel 1890, morì nell’epidemia di «spagnola» del 1918) è la Vienna che viveva, inconsapevole, i suoi ultimi anni di fasto. Nello stesso 1918 si chiuderà infatti la vicenda dell’impero austro-ungarico, rivoluzionando la geografia politica dell’Europa. Schiele seppe interpretarne profeticamente il disfacimento: i suoi dipinti e i suoi meravigliosi disegni, tracciati con un tratto nervoso e sussultante e campiti di colori di segno espressionista, sono una «mappa» per orientarsi in quella cultura, la stessa in cui, non a caso, operava anche Freud. Quaranta dipinti e opere su carta di Schiele, tra i quali un capolavoro come «Autoritratto con alchechengi», compongono la mostra «Schiele e il suo tempo», prodotta da Palazzo Reale, che la ospita dal 23 febbraio al 6 giugno, e da Skira, che pubblica anche il catalogo, in collaborazione con il Leopold Museum di Vienna, dove si conserva la più ricca e importante raccolta di opere dell’artista austriaco.
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