Se John Travolta, nella famosa scena di «Pulp Fiction», una volta sulla pista da ballo avesse tentato di rinverdire i fasti del sabato sera, magari corrispondendo all’esagitazione della sua partner Uma Thurman, sarebbe risultato patetico. Invece, nei panni di un imbolsito gangster sniffatore e logorroico, gli bastò muoversi appena per offrire un saggio di classe e ironia. Questo ci è venuto in mente quando in redazione sono arrivati due libri di altrettanti noti galleristi italiani. Da vecchi lupi di mare come Massimo Minini e Franco Toselli, due mercanti dotati di intelligenza e cultura, ci si aspettava, finalmente, qualche pagina-verità sui retroscena del mondo dell’arte contemporanea. Sarebbe stato bello leggere qualcosa sulla spocchia di certi collezionisti, sull’ego smisurato (e spesso immotivato) di tanti artisti, sul divismo dei curatori, sul disinteresse e l’incomprensione per la categoria galleristica di tanti ministri delle finanze e della cultura; il tutto, magari, raccontato con l’arguta e brillante ferocia del grande chef Anthony Bourdain in quel «Kitchen confidential» dove svela, all’insegna dello humor nero, gli orrori delle cucine dei ristoranti. Insomma, avremmo voluto qualcosa di diverso dai «racconti, favole e qualche sogno» di Minini, che spazia da un celebrativo epistolario a una dissertazione sul Trono Ludovisi, o dall’ermetismo in versi e calembour («un gufo è un ufo») delle «Due righe» di Toselli, il quale, va detto, non è Ungaretti né Giorgio Caproni, ma neppure il rimpianto Luciano Prada. Ecco, hanno fatto come John Travolta, che invece di scatenarsi si limitò ad abbozzare, ma senza applicare la sublime auto presa in giro dell’ex Tony Manero. Diciamola tutta: Minini e Toselli si fanno comunque perdonare perché continuano a produrre belle mostre e a sostenere bravi artisti. A voler essere comprensivi, si potrebbe citare il sacrosanto «lasciatemi divertire» di Palazzeschi. Ma il mondo dell’arte è pieno di maligni e cattivoni, i quali potrebbero pensare che i due galleristi-scrittori-poeti abbiano voluto elargire ai lettori ciò che i «filistei» ritengono sia lo slogan della critica d’arte e derivati: «A poco intenditor, buone parole».
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