«Il British Museum non è mai riuscito a sostenere seriamente di aver comprato i marmi da lord Elgin, e che prima ancora quest’ultimo li avesse rubati in nome della conservazione. Col senno di poi, si potrebbe anche asserire che l’avidità di entrambi abbia finito accidentalmente per preservare i marmi piuttosto bene».
Il nodo dell’«affaire» dei rilievi di Fidia contesi tra Grecia e Gran Bretagna si condensa qui. Nel mese in cui il nuovo Museo dell’Acropoli, progettato dallo svizzero Bernard Tschumi si aprirà al mondo (il 20 giugno; cfr. articolo nella sezione Notizie), Fazi manda in libreria l’edizione italiana di I marmi del Partenone. Le ragioni della riunificazione, di Christopher Hitchens (traduzione di Thomas Fazi, 160 pp., e 19,50), pubblicato in una prima edizione in Inghilterra nel 1987 (allora il sottotitolo era Le ragioni della restituzione), quindi riproposto nel 2008 con nuovi materiali: una nuova introduzione, in cui Hitchens aggiorna il dibattito intorno all’opportunità che la Gran Bretagna restituisca alla Grecia i frammenti del fregio del Partenone oggi al British Museum (e il discorso si allarga, inevitabilmente, ad altre opere «espatriate» e alle tante rivendicazioni pendenti in giro per il mondo), il resoconto dei restauri condotti sui marmi rimasti ad Atene (e ci sono parole di elogio per le nuove gallerie di Fidia progettate da Tschumi), con l’aggiunta di una vibrata premessa del premio Nobel per la letteratura Nadine Gordimer, il cui incipit è tutto un programma: «Il fatto che certe parti del fregio del Partenone si trovino oggi in Inghilterra è un esempio di arroganza imperiale chiara come il marmo». E prosegue: «Una restituzione, oggi, nel XXI secolo si fonda (giustamente) su basi che vanno oltre quelle puramente legali: sull’ingiustizia di un colonialismo mascherato da una semplice acquisizione di opere d’arte».
Il saggio di Hitchens, vivace e avvincente (per molti aspetti anche convincente), ruota intorno alle circostanze della illegale rimozione delle sculture nel 1801 e sul perché non vi sia ragione che esse rimangano a Londra. Molte circostanze sono ormai note, altre meno. Oltre alle vicende legate all’«opportunistica acquisizione» dei frammenti, e loro rapido smembramento, da parte di Lord Elgin, e «i vergognosi eufemismi da allora impiegati per mascherare il reato originario» (reato di cui si ebbe coscienza in contemporanea con l’«impresa» di Elgin, come dimostrano i versi carichi di disprezzo che Byron dedicò al suo conterraneo), di particolare interesse è la lunga glossa di Hitchens a un articolo comparso nel 1916 sul «Journal of Hellenic Studies», dal titolo «Lord Elgin and his Collection», redatto da Arthur Hamilton Smith, all’epoca curatore del Dipartimento di antichità greche e romane del British Museum. Smith, ricorda Hitchens, «come curatore era interessato all’integrità del museo, e inoltre era un lontano parente della famiglia Elgin. Il suo saggio, estremamente esauriente, rappresenta comunque un modello di ricerca obiettiva e spassionata». Salvo per un punto, che, come ci ricorda Hitchens è la mancata citazione, da parte di Smith, di alcune righe di una lettera che Elgin indirizzò il 31 luglio 1811 all’allora primo ministro britannico Spencer Perceval, nel pieno delle trattative per la cessione al governo dei frammenti marmorei. E sono, guarda caso, le righe in cui Lord Elgin, nel tentativo di difendersi dall’accusa di un’intimità eccessiva con i dominatori ottomani della Grecia, «ammette di essere entrato in possesso dei marmi senza l’autorizzazione che, in un secondo tempo, dichiarerà di aver avuto».