
Chiedere a un archeologo a quale reperto sia più legato è probabilmente come rivolgere a un bambino l’odiosa domanda: «Vuoi più bene a mamma o a papà?». Ma Frank Goddio, che è un signore di buon carattere e, è il caso di dirlo, navigato, ha fatto l’abitudine anche alle domande sceme, e sorridendo condiscendente soddisfa la puerile curiosità della cronista con una risposta a prova di bomba. Dovendo proprio scegliere, la sua predilezione va alla «Stele di Heracleion-Thonis», che è un po’ come dire mamma e papà insieme, perché l’oggetto in questione, un blocco di granodiorite di due metri di altezza, è il «gemello» della stele di Naucrati (IV secolo a.C.) rinvenuta a fine Ottocento e oggi al Museo Egizio del Cairo. Materiale, dimensioni, qualità artistica sono pressoché gli stessi, così come i contenuti, non di grandissimo appeal per i profani (è una sorta di decreto fiscale: vi si riporta la decisione del faraone Nectanebo I di stabilire un’imposta sulle merci greche in arrivo a Thonis a beneficio di un tempio a Naucrati), ma cruciale per gli archeologi. Perché la stele, miracolosamente conservatasi intatta nel luogo in cui era stata collocata nell’antichità, conferma che Heracleion e Thonis erano la stessa città, un centro commerciale che prima della fondazione di Alessandria era passaggio obbligato per i Greci diretti alla fiorente Naucrati, che sorgeva più a sud, sul ramo occidentale del Nilo. Ma ognuno dei quasi 500 oggetti che dal 7 febbraio al 31 maggio sono visibili nelle Scuderie juvarriane della Reggia di Venaria per la mostra «Egitto. Tesori sommersi» (cfr. Gda n. 283, p. 44), in arrivo da Madrid, forte di 320mila visitatori, ha molto da raccontare. Si spazia attraverso 1.500 anni nella storia di tre antichissime città del delta del Nilo: Alessandria, Heracleion e Canopo, passando dalle dinastie faraoniche all’epoca dei Tolomei, dei Romani e dei Bizantini, fino all’inizio dell’era islamica. Dal VII secolo una serie di fenomeni naturali fecero inabissare i siti del delta sei metri sotto il livello del Mediterraneo. Frank Goddio e la sua équipe dell’Iasm, l’Institut d’Archeologie Sous-Marine, lavorano nell’area dal 1992, quando si cominciò a mettere a punto una carta geofisica della regione e quindi a scavare con il prezioso apporto dell’egittologo Jean Yoyotte, professore onorario del Collège de France e consulente dell’Iasm, le cui intuizioni e ipotesi hanno in molti casi trovato conferma nei ritrovamenti seguiti agli scavi. L’équipe lavora d’intesa con il Consiglio supremo delle antichità egizie e, dal 1996, è sponsorizzata dalla Hilti Foundation. Tutti hanno contribuito alla mostra odierna, realizzata dal Consorzio per la Valorizzazione Culturale La Venaria Reale, con la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Museo per le Antichità egizie di Torino (catalogo Allemandi). A Venaria il bonus track è l’allestimento di Bob Wilson. Goddio ne è entusiasta: le soluzioni dall’americano gli paiono «molto sensibili» e aggiunge, con un sorriso, «faranno molto parlare gli egittologi». Accompagnati dalle musiche di Laurie Anderson, si vivono le suggestioni sottomarine, il piacere della scoperta e il raccoglimento della contemplazione, anche solo di un unico splendido oggetto. A Venaria ce ne sono di colossali (divinità e sfingi, re e regine, una in particolare, di sconvolgente bellezza: una «miss maglietta bagnata» del III secolo a.C. rinvenuta a Canopo) e di minuscoli (ami da pesca, amuleti); di preziosi (la piastra aurea di fondazione di Tolomeo III, da Heracleion; monete e gioielli, alcuni strepitosi) e umili (mestoli, cucchiai, colini o pinzette). C’è anche un ricongiungimento familiare: l’Iside del Museo Marittimo di Alessandria ha ritrovato il suo Harpocrate.