E così mo’ ci tocca pure Shu Yong, cui l’edizione 2009 della Biennale di Firenze conferisce un riconoscimento al pari di, udite udite, Marina Abramovic, come nel passato è toccato a Gilbert & George, Christo eccetera. Certo, Shu Yong è il più meritevole. Non perché è cinese e il cinese, si sa, oggi fa sempre fico e se vuoi essere adeguato non può mancare (che oggi i cinesi siano rimasti gli ultimi a comprare opere contemporanee deve essere peraltro una innocente coincidenza), ma perché, ne sono sicuro, a qualcuno dev’essere venuto in mente che la sua opera fa irruzione nel nostro mondo con forza rivoluzionaria, dirompente, inaudita, forse paragonabile solo a quella delle Demoiselles di Picasso al tempo loro. Pensa un po’ il genio di Pechino, che oggi quelli intelligenti dicono Beijing, cosa va a inventarti: delle megatette luccicanti, rigorosamente in coppia comme il faut, che dietro, mancando dell’apposito torso, si fanno oblunghe e sono unite in punta da bizzarri minimi idoletti, retti da, anziché reggitori di, tanta opulenza.
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