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Arezzo

Mistero Vasari

La russa Ross conferma il contratto da 150 milioni di euro per l’Archivio ora pignorato e indagato da magistratura e carabinieri

AREZZO. È ancora un rebus la vendita dell’archivio Vasari alla società russa Ross Engineering all’incredibile cifra di 150 milioni di euro, almeno dieci volte il reale valore di mercato (cfr. lo scorso numero, p. 1). Il contratto tra il proprietario dell’archivio, Giovanni Festari, e l’acquirente Vassilij Stepanov, amministratore della holding russa Ross Group (firmato il 9 settembre e reso noto il 22 ottobre) resta bloccato in attesa di sciogliere i tanti dubbi e sospetti suscitati da questa ambigua vicenda. Non è affatto chiaro perché una società straniera che costruisce alberghi e centri commerciali abbia comperato a un prezzo esorbitante un bene che non può utilizzare: dal 1994 (lo ha stabilito il Mibac) l’archivio Vasari è infatti legato da uno stretto «vincolo pertinenziale» alla casa museo di Vasari ad Arezzo. Insomma non può uscire dalla stanza blindata nella quale è custodito dalla Soprintendenza. Questo vincolo assoluto, convalidato da una sentenza definitiva del Tar della Toscana, era noto ai russi e chiaramente citato nel contratto. Che cosa nasconde dunque questa compravendita? È soltanto un espediente per costringere lo Stato a trattare l’acquisto con i proprietari (i figli di Giovanni Festari, morto il 17 ottobre)? Le intenzioni dei russi sono state esposte dallo stesso amministratore della Ross Group, Stepanov, il 10 novembre a Mosca. Ha dichiarato che intende far valere il contratto e «valorizzare» i tesori dell’archivio. I russi sembrano convinti che presto ogni vincolo sarà tolto, che le «filze» con i documenti potranno uscire da casa Vasari per essere esposti e utilizzati anche all’estero. Stepanov ha così smentito se stesso: quando il caso Vasari era finito sui media di tutto il mondo aveva affermato che il vero acquirente era un anonimo «oligarca siberiano» morto da pochi giorni in un incidente stradale: la Ross aveva fatto da schermo, il contratto non aveva più valore.
Il 10 novembre un piccolo colpo di scena: Equitalia, la società di riscossione del fisco, pignora i preziosi documenti per debiti degli eredi Festari verso l’erario. E questo, secondo la soprintendente ai Beni archivistici della Toscana Diana Toccafondi, «garantisce ancor più l’archivio perché lo sottrae alla volontà dei proprietari». Del resto il ministro Bondi ripete che intende difenderlo e mantenere saldo il vincolo «pertinenziale» contro ogni pressione. Intanto l’ispezione del Mibac ad Arezzo per verificare lo stato di salute e la sicurezza dell’archivio si è conclusa in modo positivo: le carte sono al loro posto e stanno bene.
L’esito di questo giallo italo-russo è incerto. Della possibilità che Regione, Comune di Arezzo o Stato esercitino il diritto di prelazione per acquistare l’archivio a 150 milioni, non si parla neppure. Il prezzo è eccessivo. Dunque si cerca di bloccare il contratto, i giochi sono fermi. Il Ministero aspetta l’esito delle indagini della magistratura di Roma e dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale. Si vuol accertare la validità del contratto, di scoprire la sua vera natura, i suoi scopi. Se davvero la Ross avesse agito per conto di un compratore nascosto, come dichiarato in un primo tempo, il contratto potrebbe essere nullo. Si sospetta anche che sia un puro accordo di facciata. Si è perfino parlato della possibilità che il clamore mediatico sollevato dalla vendita possa servire alla Ross per farsi conoscere in Italia in vista di futuri affari da noi. Ma si tratterebbe di pubblicità negativa. Resta l’ipotesi che, con l’allarme per la possibile perdita di un bene tanto prezioso per la nostra cultura, i Festari cerchino di forzare lo Stato a trattare ad alto prezzo l’acquisto dell’archivio.

di Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 293, dicembre 2009


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