
Alessandria d’Egitto. La «Princess Duda» dondola mollemente nella rada del porto orientale di Alessandria. Sotto di noi i resti del Portus magnus e dei quartieri reali di Antonio e Cleopatra. Il colpo d’occhio della città, vista dal mare, è di una sorta di Napoli coi minareti, sfavillante di un uniforme color avana, interrotto solo dal tocco high-tech della rinata Biblioteca Alexandrina, quasi una palpebra socchiusa a proteggere i suoi 650mila volumi e le centinaia di frequentatori giornalieri dalla frenesia e dagli strombazzamenti di una metropoli di 5 milioni di abitanti che sembra non dormire mai. La «Princess Duda» è la barca-laboratorio d’appoggio usata dalla missione archeologica dell’Institut Européen d’archéologie sous-marine diretta da Franck Goddio che dal 1996 scava al largo di Alessandria. Sono giorni di visite e di commiati: la stagione sta per chiudersi, si riprenderà in primavera quando le condizioni del mare consentiranno nuove immersioni. Goddio e la sua numerosa squadra, curiosa specie di archeologi-pr, accolgono tutti col sorriso sulle labbra e una massiccia dose di pazienza. Si mangia tutti insieme a bordo (cous-cous), si tirano le somme della missione, si commenta la mostra «Egitto. Tesori sommersi» (appena chiusa a Madrid) che da due anni porta in giro per l’Europa una scelta dei reperti di Alessandria, Heraclion e Canopo inghiottiti dal Mediterraneo per un insieme di catastrofi naturali, dai terremoti agli tsunami, e per la «liquefazione» dell’argilla dovuta al peso eccessivo degli edifici monumentali, e riportati alla luce dopo un sonno sottomarino di dodici secoli. Con un fuori programma, perché si pensava che il tour si chiudesse in Spagna, arriverà invece alla Citroniera e alla Scuderia juvarriana della Reggia di Venaria Reale, alle porte di Torino, che fresche di restauro, dalla prima settimana di febbraio e fino al 31 maggio, accoglieranno, unica sosta italiana prima di proseguire per Yokohama, circa 500 oggetti scelti dallo stesso Goddio. Organizzazione e cura sono della Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo, Consorzio di valorizzazione culturale La Venaria Reale, Hilti Foundation, da 12 anni munifico sponsor degli scavi, Institut Européen d’Archéologie Sous-Marine, Consiglio supremo delle antichità dell’Egitto e Fondazione Museo per le antichità egizie di Torino (catalogo Allemandi). L’allestimento, pensato ad hoc per gli spazi della Reggia, è di Bob Wilson con musiche di Laurie Anderson. Dai minuscoli ami da pesca alla colossale stele di Tolomeo (16 tonnellate), dalle monete d’oro al naos delle decadi, che tuttavia rappresentano solo una piccola parte di quanto rinvenuto in dodici anni di «pesca miracolosa». «Quando ho incominciato non cercavo niente. Dovevamo solo fare delle misurazioni...», confessa Goddio, un francese dal curriculum sorprendente: è nato infatti a Casablanca, ha 61 anni, ma ne dimostra sì e no 50, «archeologo» per passione, ma in realtà con una formazione da economista. Il visitatore è accompagnato attraverso quindici secoli di storia di uno spicchio di antico Egitto che, prima della conquista araba, entrò in contatto con Greci, Romani e Bizantini. Ci vengono mostrati gli ultimi ritrovamenti: un frammento di piramidion con un’iscrizione in parte abrasa, ma su cui è ancora visibile un cartiglio reale. Olivier Berger, il restauratore del gruppo, sotto i nostri occhi ne fa un calco in silicone per tentarne una decifrazione. E ancora una statuetta di Bastet, la dea egizia dalla testa di gatto, una bellissima testina cipriota, dall’elaborato copricapo, minuscole croci cristiane, la testa di un’oca. Probabilmente non li vedremo a Venaria, ma l’appuntamento alla Reggia rimane imperdibile.