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Fondazioni d'impresa

W. Eugene Smith: Pittsburgh ritratto di una città industriale

La Fondazione MAST, in collaborazione con il Carnegie Museum of Art di Pittsburgh, propone il nucleo principale dello straordinario lavoro del fotografo statunitense, “un grande affresco in bianco e nero della civiltà industriale”

MAST - Eugene Smith - Workman in Mill

«Non esiste alcun conflitto tra il giornalismo e la mia dimensione artistica. Un tempo esisteva ma poi ho capito che per essere un buon giornalista dovevo essere il miglior artista possibile».

Queste parole esprimono al meglio il motivo conduttore della straordinaria opera realizzata a partire dal 1955 a Pittsburgh (all’epoca la principale città industriale del mondo) dal grande fotografo americano W. Eugene Smith (1918-1978) – uno dei più importanti protagonisti del fotogiornalismo cui la Fondazione MAST dedica una mostra per la prima volta in Italia, proprio nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita e il quarantennale dalla scomparsa, avvenuta a soli 60 anni.

Personalità inquieta, carattere difficile, raggiunse fama e successo come fotoreporter inviato di Life sui luoghi dei principali avvenimenti della seconda guerra mondiale, divenendo in pochi anni – come annota il curatore Urs Stahel - insieme a Margaret BourkeWhite uno dei grandi maestri del reportage e del saggio fotografico.

Ma il suo indiscutibile talento confliggeva con le logiche di mercato della stampa americana di quel periodo e – sottolinea Stahel - si liberò dal sistema degli incarichi, dal lavoro dipendente, alla ricerca di maggiore profondità, autenticità.

Interrotto nel 1954 il rapporto con Life - per cui aveva creato e portato al successo un genere innovativo come il photo-essay, una contaminazione di reportage e fiction, con storie di quotidianità astratte nel simbolismo narrativo (il medico di campagna, la levatrice di colore, ecc.) - fu accolto in Magnum, l’agenzia cooperativa fondata da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e David Seymour, che al tempo rappresentava l’olimpo del fotogiornalismo per il rispetto dell’autore e della sua creatività. Come è stato detto i fotografi erano al sicuro dalle prevaricazioni degli art-directors e dei direttori dei giornali. Di qui il rapido successo dell’agenzia che in poco tempo raccolse la collaborazione di numerosi ed importanti protagonisti del mondo della fotografia.

È in questo momento, nel 1955, che Stefan Lorant, prestigioso photo editor, gli chiese di realizzare, nel giro di un paio di mesi, tra le 80 e le 100 foto della città di Pittsburgh, la Steel City, per un libro celebrativo del bicentenario della fondazione della città, finanziato dai tycoons cittadini.

Ma Smith, che aveva trentasette anni ed era già uno dei più celebri fotografi del mondo, preferì seguire la sua personale vocazione e trasformò progressivamente questo incarico occasionale e limitato nel progetto più ambizioso della sua vita. Invece che per un paio di mesi, continuò a fotografare per due o tre anni con l’intento di rappresentare, attraverso l’arte del racconto fotografico, il fascino e l’anima della Città dell’Acciaio, dei suoi tratti distintivi nei volti dei lavoratori, nelle strade, nelle fabbriche, nelle case, nei paesaggi, nelle contraddizioni sociali di questa nuova urbanità.

Un grande affresco in bianco e nero della civiltà industriale, declinato attraverso la narrazione fotografica della Smokey City, “la città fumosa”, la città operaia e multietnica allora in pieno boom economico dell’industria siderurgica e delle acciaierie, che dava lavoro e attirava operai da tutto il mondo, immagine in qualche modo simbolica dell’«american dream».

Ma il progetto non ebbe l’esito atteso. Nonostante gli innumerevoli tentativi, i quasi 20.000 negativi e 2.000 masterprints non diedero vita al grande libro su Pittsburgh. Solo un numero limitato di immagini, una piccola parte del suo straordinario lavoro fu pubblicato sul Photography Annual del 1959, che accettò la condizione posta da Smith di avere il controllo assoluto sulle 36 pagine che contenevano il suo progetto.

Oggi l’esposizione organizzata dalla Fondazione MAST in collaborazione con il Carnegie Museum of Art di Pittsburgh, a cura di Urs Stahel che è anche il curatore della Photogallery del MAST, propone (fino al 16 settembre) il nucleo principale di questo sofferto e straordinario lavoro, attraverso oltre 170 fotografie che compongono un racconto suggestivo e autentico di Pittsburgh e insieme dell’America degli anni ‘50, tra luci ed ombre del progresso industriale.

La storia industriale diventa storia della città e della società. E così la Fondazione MAST porta avanti, non solo attraverso la sua Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro, un originale racconto sulla dimensione culturale dell’arte fotografica.

© Riproduzione riservata

Tags: Fondazione MAST, W.Eugene Smith, Urs Stahel, arte, impresa

di Roberta Bolelli


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