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EDITORIALE

Sono ritornati gli investimenti. Lo dice un anno di Giornale Arte e Imprese

Poco più di un anno fa, intuendo un ritorno agli investimenti strategici in cultura da parte delle imprese abbiamo ri-aperto lo storico osservatorio del Giornale dell’Arte per intercettare il cambiamento dopo la grande crisi e abbiamo restituito, settimana dopo settimana, l’emergere di una nuova consapevolezza, frammentata dentro la quotidianità degli articoli

Non occorreva essere chiromanti per un vaticinio. «Il made in Italy? Non è un prodotto, ma un’idea del mondo. La manifattura italiana produce cultura. I beni e i servizi sono solo il mezzo attraverso cui diffonderla. E farci tornare a crescere», ci dice Stefano Micelli. Naturale quindi investire in cultura, nel patrimonio storico artistico, nel paesaggio, nella produzione, per autoalimentarsi, per cercare «i modi più innovativi per fare economia, pensando out-of the box», perché «è tra la bellezza che l’ingegnosità collettiva, fondamentale per il successo di un’impresa, batte il talento individuale» come ci ricorda Valeria Cantoni. Probabilmente è per queste ragioni strategiche e non per sconti fiscali o per un’età aurea che si affaccia che sono ritornati investimenti. Investimenti selettivi, coerenti con la missione d’impresa che incontrano un cambiamento in corso nelle istituzioni culturali più aperte, complice la siccità, a costruire percorsi comuni, win win, che non indeboliscono, anzi, i progetti scientifici. Una spinta alla cultura che si fa impresa nella filiera delle industrie culturali e creative. Vi alleghiamo un anno di articoli, quasi 700. Un viaggio nell’impresa che vuole ritornare a fare Cultura. Per trarre ispirazione, trovare e capire gli interlocutori. Stare nel cambiamento. Come è accaduto a noi.
Nel 2011, nel pieno della crisi, alla luce della mia esperienza maturata a capo del progetto UniCredit & Art, Umberto Allemandi mi chiese di prendere in mano lo storico rapporto annuale «Sponsorizzazioni» del Giornale dell’Arte. Mi annoiai molto, ed è un eufemismo, ad ascoltare racconti prudenti negli investimenti culturali da parte di società che avevano brillato per la lungimiranza delle politiche culturali e che, nella tempesta, non solo riducevano i finanziamenti, ma che gettavano sale sul pregresso.
Ma se la crisi ha ridotto gli investimenti, ha nel contempo determinato una grande accelerazione nella differenziazione della comunicazione istituzionale, una riflessione sui processi, una ricerca di innovazione. Da due anni, in modo carsico, hanno preso forza progetti coraggiosi che vanno ben oltre la sponsorizzazione di una mostra o l’operazione di pr per clienti facoltosi. Ripensamenti di strategia che sono culturali e si traducono in progetti culturali. Per i grandi nomi che rimbalzano nel mondo, ma non solo.
Dove siamo oggi? Milano è un emblema del cambiamento. Un cambiamento effetto Expo, tra luci e ombre, ma innegabilmente una coopetizione che parte dalla Cultura che l’ha fatta entrare tra i 100 luoghi più resilienti del mondo secondo la classifica della fondazione Rockfeller.
Sono emersi head quarter stupefacenti, segni potenti di architettura del nostro tempo, che dialogano con il territorio come il centro ricerca Zambon a Vicenza, le tower di UniCredit a Milano che oggi vara l’immaginifico seme di de Lucchi - incontro tra tecnologia e natura, ponte tra impresa e la comunità, luogo di produzione di pensiero-, le Manifatture Mast dell’imprenditrice Isabella Seragnoli a Bologna solo per citarne alcuni, segno dell’esigenza di una cultura corporate sempre più politecnica e della consapevolezza. Sono stati varati grandi progetti di rappresentazione e di ricerca come la nuova sede della Fondazione Prada e il Silos di Armani.
Progetti propri e una nuova relazione con le istituzioni culturali. E non solo a Milano.
Ci racconta Stefano Micelli, docente di Economia della gestione delle Imprese a Cà Foscari, amato autore del «Futuro Artigiano» vincitore del Compasso d’Oro 2014 e direttore scientifico della Fondazione Nord Est che a fine maggio, l’associazione degli ex allievi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha invitato alcuni imprenditori del settore agroalimentare per capire dai diretti interessati le potenzialità di un settore oggi in grande crescita. «Nessuno dei protagonisti del panel ha esordito con numeri, fatturato o utile netto- non perché le aziende fossero piccole, alcune hanno conosciuto trend sorprendenti e una proiezione internazionale-, ma tutti hanno presentato un racconto intenso e dettagliato dei tanti progetti di matrice culturale e territoriale su cui sono nate e si sono sviluppate le aziende di cui erano responsabili. Gli imprenditori volevano chiarire la cornice culturale del loro progetto di impresa, le ragioni profonde che alimentano la loro determinazione nel continuare a crescere e a innovare. La produzione e la vendita di manufatti di qualità rappresentano lo strumento con cui testimoniare quotidianamente la veridicità e la consistenza di una propria idea del mondo».
Sono dati che emergono dal seminario annuale della Fondazione Symbola del 27 e 28 giugno: sono moltissime le e aziende che hanno fatto della cultura una consistente leva imprenditoriale. Come rileva Marco Bettiol nel suo recente «Raccontare il made in Italy», «in taluni casi questo percorso culturale è implicito e manca di una particolare articolazione narrativa». Ma la consapevolezza del proprio progetto culturale da parte della manifattura tipica del made in Italy cresce e «la domanda oggi lo riconosce e lo apprezza». Rendere esplicito il loro racconto è la sfida di molte piccole e media imprese, non solo per la comunicazione, ma come cultura dell’impresa stessa, per la sostenibilità del proprio successo, nel tempo. «Prodotti sofisticati, destinati a una domanda internazionale sempre più attenta e educata, hanno un valore se costituiscono un medium per entrare in relazione con culture e sensibilità diverse», afferma Ermete Realacci Presidente di Symbola.
«Molte imprese hanno imparato a raccontarsi e spiegare le proprie ambizioni. Le forme di partenariato che molte imprese hanno avviato con istituzioni culturali e di ricerca testimoniano una visione sempre più esplicita e consapevole del proprio ruolo», rileva ottimista Bettiol.
A Torino, Angela La Rotella, segretario generale della Fondazione per la Cultura nata per il fundrasing dall’omonimo Assessorato, ha presentato il suo bilancio 2014 nell’ingaggio di sostenitori corporate per le progettualità culturali: circa cinquanta aziende che vanno dalla De Agostini a Miele, FCA, Conai, Generali, Zoom, De Filippis e zucca, Heineken, Eni, Telecom, Unipol, Iren e Intesa San Paolo. Un totale di 4,5 milioni di euro di finanziamenti e diversi eventi a costo zero per il comune al netto delle spese di comunicazione, grazie agli sponsor, come Biennale Democrazia, Festival del Jazz, Luci d’Artista. Paola Dubini dell’Università Bocconi ha varato una ricerca sul «metodo Torino». Vorremmo essere smentiti, ma questi interventi hanno ancora un gran sapore d’antan o almeno non è esplicito l’apporto delle imprese oltre alla componente finanziaria.
Tornando in Veneto, racconta bene uno scenario diverso Eleonora Vallin sulla Nuova Venezia del 23 giugno scorso. «I mecenati veneti fanno bella l’Italia. Non solo rinomati brand, anche i piccoli capitani d’impresa sono impegnati nella valorizzazione del patrimonio culturale» scrive. Ci sono volti meno noti accanto a Leonardo Del Vecchio che si è regaloto il restauro del Ponte dell’Accademia per il suo 80esimo compleanno e Renzo Rosso che si è aggiudicato la gara per il restauro del Ponte di Rialto.
Enrico Bressan di Fondaco, la società veneziana che da dieci anni mette in relazione domanda e offerta nella cultura e ora sta cooperando con Confindustria Veneto, disegna “la mappa di quello che, più che «mecenatismo» viene definito «partenariato attivo» che presenta grandi nomi: Hermes, Lvmh, Telecom, Ferrari, Pomellato, le imprese venete Coin, Replay, Fedon, Gas e Rigoni di Asiago e anche Luciano Marsilli titolare della «Vecia Cavana», osteria in Laguna che ha preso in carico i lavori di sette caminetti dell’appartamento del Doge a Palazzo Ducale e propone sette menù della cucina veneziana del Quattrocento. Grazie al restauro - continua - l’azienda crea reputazione e relazioni”. Dalla sua nascita Fondaco ha completato 52 restauri e varato a giugno il 53esimo: il recupero di una ruota del pavimento della Basilica di San Marco sostenuto dalla Ideal Work di Riese Pio X, nel Trevigiano, con un business nelle superfici, ma che in questo caso finanzia. Altre imprese stanno rivedendo la loro comunicazione. «La Thun di Bolzano, restaurando quattro statue sempre a San Marco le ha realizzate in stile. Sono letteralmente andate a ruba su prenotazione. Due sorelle di Murano, Marina e Susanna Sent, restaurando le sei statue delle Virtù a Palazzo Ducale, abbiano preso un particolare, lo scudo, facendolo diventare una spilla oggi in esposizione al Moma e al Guggenheim di Bilbao. Tra gli ultimi lavori la Rigoni di Asiago impegnata nel restauro dell’Atrio dei gesuiti di Brera. La ditta, entrata nel cuore della City, aprirà a breve il primo monomarca milanese ma, grazie alla ricerca sui libri antichi, lancerà nuove marmellate e miele. E ancora la padovana Grafica Veneta impegnata nel restauro della Villa Tomè a Trebaseleghe dove ha anche sede l’azienda (i lavori sono quasi ultimati) e la Fenice ha lanciato una nuova iniziativa - la Bell’impresa - per un nuovo paternariato con gli imprenditori».
Diceva Matteo Marzotto da presidente dell’Enit. «Se ogni imprenditore si prendesse carico di un monumento, investirebbe nel futuro restituendo al nostro Paese ciò che da sempre ci offre». Non una tassazione, ma una presa in carico di una risorsa identitaria per bassare dal bene al contesto, dal contesto alla qualità della vita, da questa alla qualità del lavoro.
Se il made in Italy non è un prodotto, ma un’idea del mondo. Naturale quindi investire in cultura, nel patrimonio storico artistico, nel paesaggio, nella produzione, per autoalimentarsi, per cercare “i modi più innovativi per fare economia, pensando out-of the box”, perché “è tra la bellezza che l’ingegnosità collettiva, fondamentale per il successo di un’impresa, batte il talento individuale” come ci ricorda Valeria Cantoni. Probabilmente è per queste ragioni strategiche e non per sconti fiscali o per un’età aurea che si affaccia che sono ritornati investimenti. Investimenti selettivi, coerenti con la missione d’impresa che incontrano un cambiamento in corso nelle istituzioni culturali più aperte, complice la siccità, a costruire percorsi comuni, win win, che non indeboliscono, anzi, i progetti scientifici. Una spinta alla cultura che si fa impresa nella filiera delle industrie culturali e creative. Vi alleghiamo un anno di articoli, quasi 700. Un viaggio nell’impresa che vuole ritornare a fare Cultura. Per trarre ispirazione, trovare e capire gli interlocutori. Stare nel cambiamento. Come è accaduto a noi.


© Riproduzione riservata

di Catterina Seia


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