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EDITORIALE

Prendersi cura della cultura

Una nuova idea di cultura sta lentamente nascendo, ed è già scesa in campo senza aspettare l’Art Bonus. È sotto gli occhi di tutti che cosa oggi non può più essere la cultura: un merit good, un bene da finanziare in sé, senza che sia sottoposto a nessun tipo di vaglia, né economico, né culturale. Lo rileviamo giornalmente attraverso l’osservatorio di Arte e Imprese con le indicazioni forniteci dalle nostre case history

Bruno Munari - "Colori nella Curva di Peano" (1995)

Più che di una nuova consapevolezza della classe imprenditoriale o dirigente, si tratta della visione di singoli imprenditori, di operatori culturali, e di persone, capaci di innescare effetti virtuosi a catena. Ma c’è anche la reazione e il risveglio di una parte del mondo culturale che sente come troppi stretti i paletti e le divisioni disciplinari di cui siamo stati vittime e artefici in tutti questi anni. A partire dagli steccati innalzati tra l’arte del passato e l’arte contemporanea, tra l’impresa e la cultura. Come se tutto, a ben guardare, non fosse il frutto di relazioni e di trasmissioni di saperi e di competenze, da una sfera all’altra, nel tempo. Barriere che ci hanno separato, impoverito e resi più ignoranti.

Ritornano in mente le parole dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan che nella prima metà degli anni Cinquanta del Novecento affermava l’importanza di ristabilire un contatto tra mondo dell’arte e mondo della tecnica, per mettere in evidenza l’aspetto produttivo dell’arte e l’aspetto estetico dei prodotti della tecnica. A cui vent’anni dopo facevano eco le parole dello storico dell’arte George Kubler  che in La Forma del Tempo scriveva: «supponiamo che il nostro concetto d’arte possa essere esteso a comprendere, oltre alle tante cose belle e poetiche ed inutili di questo mondo, tutti i manufatti in genere, dagli strumenti di lavoro alle scritture. Accettare questo significa far coincidere l’universo delle cose fatte dall’uomo con la storia dell’arte, con l’immediata e conseguente necessità di formulare una nuova linea di interpretazione nello studio di queste stesse cose». 

Basterebbe riannodarsi a questa tradizione per ristabilire un ordine che abbiamo perso per strada, insieme alla cultura politecnica di cui ci siamo dimenticati, relegando non a caso l’artista designer Bruno Munari, «politecnico per natura», ad autore di libri per bambini piuttosto che a illuminato esponente della dialettica tra Arte e Design.

E allora perché non ripartire da un suo libro «Da cosa nasce cosa. Appunti per una metodologia progettuale», per ripensare la produzione e la progettazione culturale? Partendo da poche ed efficaci regole: il progetto come base solida di ogni idea che, per trasformarsi in offerta reale deve poter inglobare lo studio, la ricerca, l’individuazione di un pubblico e la tenuta nel tempo. Senza dimenticare il senso del progetto, il famoso perché che ci guida nelle scelte di tutti i giorni e che inspiegabilmente vorremmo tenere fuori dalla cultura.
Non è un caso che in Italia, come ci ricorda Marco Ratti nella relazione sugli impatti degli investimenti realizzati dal G7, non ci siano praticamente case history sull’impatto culturale.
Risulta evidente che non si può parlare soltanto di numero di spettatori per quantificare la riuscita di un evento, né più genericamente degli effetti benefici della cultura sulla salute. Necessitiamo di nuove misurazioni di cui siamo sprovvisti proprio perché non siamo riusciti a costruire una cultura che ha in sé l’idea del prendersi cura. Ovvero sentire i beni culturali, paesaggistici, le tradizioni artigianali, come fondamenti della nostra cultura, personale e collettiva, e non belletti.
È un chiaro monito l’indicazione di Angelo Miglietta che suggerisce una formazione integrata (filosofia, economia, scienze politiche) per la classe dirigente e manageriale del prossimo futuro basata sul modello anglosassone, in cui il background  umanistico sia un valore aggiunto per comprendere, mediare e valorizzare la complessa realtà culturale.
Pur mantenendo una posizione critica sull’investimento culturale in Italia, è un segnale positivo che ci siamo lasciati definitivamente alle spalle la politica delle sponsorizzazioni spot per dare spazio a partnership e produzioni culturali in cui è in gioco il reale scambio tra le parti e una progettualità da costruire nel tempo. Come ci racconta l’intervento triennale di  UBS a sostegno della GAM di Milano; è un indice positivo che ci siano state cinque ristampe del libro di Stefano Miceli, Futuro Artigiano,  premiato quest’anno con il Compasso d’oro; è positivo che all’interno di una Fiera (Art Verona), Symbola presenti il rapporto 2014,  Io sono Cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi e che un ciclo di incontri sia dedicato alle influenze degli artisti sull’impresa; è un buon segno che l’azienda vinicola Livio Felluga festeggi i 100 anni di impresa con un evento internazionale che unisce arte, scienza e architettura con un convegno dal titolo emblematico: «Arte e impresa a tutela del paesaggio rurale».
Come suggerisce Alberto Meomartini, si tratta di mettersi all’ascolto. Le campane della cultura d’impresa sono udibili solo da chi sa guardare lontano pur investendo sul proprio territorio di appartenenza.

© Riproduzione riservata

di Elisa Fulco


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