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EDITORIALE

Give me five

Prime pagine della stampa internazionale all’apertura della Biennale dell’Architettura. Uno schiaffo sull’acqua del Canal Grande per l’ottimismo del Premier, dispensatore di speranze, messo a dura prova dal Mose oggi, dall’Expo ieri, oltre che dai conti pubblici. Non c’è estetica senza etica. Lo sappiamo dai tempi di Aristotele. «Bello, giusto ed efficace» camminano insieme

Renzi ha sdoganato un nuovo lessico, vuole cambiare la musica. Il Paese vuole crederci, nonostante i bruschi risvegli.
Perfino al  rito delle Considerazioni finali della Banca d'Italia, si è sentito un nuovo clima: momento prezioso della verità - come dice l’Istituto Bruno Leoni - in cui le classi dirigenti si guardano allo specchio, possibilmente senza un filo di trucco. Ci saremmo aspettati la tradizionale sferzata del Governatore che sottolinea che «siamo vicini al pareggio strutturale dei conti pubblici», esortando ad utilizzare «i margini di flessibilità» delle regole di bilancio, per «una strategia convincente di riforme strutturali».
E si, di riforme coraggiose e strutturali l'Italia ha un disperato bisogno e non solo di cure palliative: lo impongono i 3 milioni e cinquecentomila disoccupati - il dato più cupo dal 1977 - di cui il 46% sono giovani.

Abbiamo toccato un punto di minima, anche nel settore dei beni culturali come ribadisce l’impietosa conclusione della recente analisi sul decennio 2000-2011 condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio. Siamo fanalino di coda in Europa, 27mi su 27. Nonostante si continui a fare la ruota intorno alla qualità del nostro patrimonio. Crollati investimenti, con uno 0,6% del PIL (contro percentuali degli altri Paesi che oscillano tra l’1 e l’1,50%) e il più alto disinvestimento nel decennio (-33,3%), più del doppio rispetto alla Grecia (-14,30%). Una flessione drastica che si accompagna alla riduzione della spesa per consumi culturali (che si attesta al 7,2% contro una media dell’8,9% europea), drammaticamente più debole nel Sud. In fondo alla classifica anche per la partecipazione attiva alle attività culturali: l’8%, rispetto al 43% della Svezia, al 36% della Danimarca, al 34% dell’Olanda.
Lo stesso Rapporto pubblico pone in guarda dalle dichiarazioni politiche che presentano vanamente il patrimonio come risorsa e raccomanda un solido miglioramento intersettoriale, dai trasporti alla sicurezza, dalla comunicazione alla semplificazione amministrativa. Invoca  una  politica nazionale, con revisioni di governance e integrazione delle risorse pubbliche e private.
I cambiamenti, grandi, le  istituzioni culturali li stanno avviando. Una rivoluzione, secondo Alberto Garlandini Presidente di ICOM, che interviene in questo numero. Giocoforza, per sopravvivenza, ma mette in moto nuove competenze per cogliere le praterie di opportunità che si aprono dai cambiamenti sociali, globalizzazione e festa della tecnologia in testa, sottolinea Patrizia Asproni. Un’apertura fondamentale per colloquiare con le imprese. Ma serve il contesto per mettere in moto un patrimonio, non solo di oggetti, ma di significati al servizio del business. Senza timore di contaminazioni. Oltre i recinti.
E per la prima volta, dopo diversi mandati, arrivano risposte da un Ministro, seppur ancora timide. Ce ne parla Irene Sanesi, in attesa dell’articolato normativo del decreto di ampio respiro di Dario Franceschini, noto come Art Bonus che, tra il resto, muove la cultura del dono verso la cultura. Incentivi fiscali ai privati per le liberalità a istituzioni culturali pubbliche, con un rilevante credito d’imposta: 65%, anche se la ripartizione in tre anni, il limite al 15% dell’imponibile (in un Paese in cui solo l’1% dichiara più di 100mila euro) e per le imprese il 5 per mille del fatturato, rischiano di circoscrivere l’apporto a segnali improntati alle buone intenzioni. Al momento l’enfasi sulla raccolta fondi è posta sul restauro e la preservazione. Verrà estesa, ci auguriamo, alla valorizzazione, unico mezzo per moltiplicare valore.
Uno sforzo che resterà lettera morta senza una politica di nuovi investimenti e non solo delle cosiddette risorse aggiuntive (fondi strutturali e comunitari). E come attrarre gli stranieri? Le grandi charity e gli oligarchi? Chiede l’Avv. Riccardo Rossotto.
Ma per il Ministro, consapevole che i privati non potranno mai sostituire il pubblico - né per entità, né per ruolo - non ci sono più alibi per i mancati investimenti delle imprese. «Li pinzerò, uno per uno» dichiara e dà una nuova spinta, lasciando ai musei gli introiti da biglietteria e sponsorizzazioni. Un segno forte verso i concetti di responsabilità e meritocrazia, che può aprire la strada a nuove forme di cooperazioni e progettualità.
Non è infatti l’incentivo fiscale la ragione profonda dell’investimento in cultura da parte delle imprese, ma le frena senz’altro  la burocrazia, già negli affari. Investono per necessità di innovare, di agire glocalmente. Lo racconta in una illuminante conversazione Antonio Calabrò.
Ma la disillusione non deve impedirci di leggere l'eccellenza. C’è un nuovo Made in Italy, che ha incorporato la sfida della sostenibilità, a base culturale. Una fenomenologia interessante che emerge nelle nostre visite alle imprese, partendo da Nord Est. I casi Bonotto, Bisazza, Dainese, non sono isolati. Non si tratta di conversioni ideologiche, ma della comprensione della nuova direzione del mercato. Imprese che si sono confrontate con un mercato globale e ne conoscono i codici, sanno guardare e costruire immaginari. Storie raccontate da musei, attrattive, che avvicinano il pubblico all’industria. Anche la meccanica, cuore della nostra produzione è guidata oggi dal contributo qualitativo, progettuale, architettonico e quindi connessa alle industrie creative.
Di industrie culturali e creative oggi si parla diffusamente come settori trainanti dell’economia globale. Secondo il Rapporto di Fondazione Symbola «Io sono cultura», nel 2012 valgono il 5,4% del Pil, dando occupazione a quasi 1,5 milioni di persone, il 5,7% del totale. Un perimetro considerato per difetto dall’economista Walter Santagata, come indicato nel suo libro postumo «Il Governo della cultura»: il suo testamento politico che, ripercorrendo l’evoluzione della sua ricerca, approda all’esigenza di coltivare un’ «Atmosfera creativa», una temperatura ideale in filiera con il patrimonio - «La risorsa» -  per la creazione di innovazione e qualità sociale, senza la quale il PIL, e le sue evoluzioni, perdono capacità di rappresentazione.


Ma se non si ricomincia dall’ etica, non c’è estetica che tenga.


© Riproduzione riservata

di Catterina Seia


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