il giornale dell'arte edizione italiana

Chi ce l’ha più alta?
Ci risiamo. A scadenza quasi semestrale i mezzi di comunicazione internazionali propinano notizie sull’antico Egitto prive di qualsiasi fondamento, che giudicare assurde è dir poco. Stavolta è elmundo.es, il sito dell’omonimo quotidiano spagnolo, ad annunciare importanti novità sulla quarta piramide innalzata sull’altopiano di Giza. Questo è quanto afferma il titolo dell’articolo dell’inviata speciale Rosa M. Tristán. Leggendolo più oltre si scopre per prima cosa che la piramide non si trova a Giza bensì ad Abu Rawash, a 8 km a nord del celeberrimo sito archeologico. Il monumento in questione, ormai ridotto a un cumulo di rovine, è quello che si fece costruire il sovrano Djedefra (metà del XXVI secolo a.C.). Secondo la ricostruzione storica più accreditata, questi sarebbe stato il figlio di Cheope e avrebbe regnato dopo il padre oppure dopo il fratello Chefren. I resti della piramide di Djedefra sono stati scavati per tredici anni da una missione archeologica svizzera che ha terminato le proprie attività soltanto l’anno passato. In precedenza, all’inizio del secolo scorso, erano stati oggetto di scavi a più riprese da parte dell’Istituto Francese di Archeologia Orientale del Cairo.

L’articolo integrale è disponibile nell’edizione stampata de Il Giornale dell’Arte

 
 

L’arte è nata in una grotta
Da professore d’inglese a grande esperto di preistoria. Jean Clottes è l’autore di un nuovo libro sui santuari dell’arte parietale

di Laura Giuliani

A quando risalgono le origini dell’arte? Dove si collocano le prime espressioni artistiche? Incisione o pittura, o tutte e due le tecniche insieme? Prima le scene di animali e poi la figura umana, o viceversa? Quale il significato di queste opere? A questi interrogativi e a molti altri risponde Jean Clottes, uno dei massimi esperti di arte preistorica, autore di numerose pubblicazioni e del volume «Cave Art», in uscita questo mese in libreria per i tipi di Phaidon. Un libro che con il supporto di un nutrito e straordinario corredo iconografico, restituisce tutta la grandiosità e il movimento delle scene dipinte e incise, offrendo un panorama dell’arte rupestre europea lungo un arco cronologico di quasi 25mila anni (35.000-11.000 a.C.). Senza dimenticare gli esempi realizzati in tutto il mondo dopo la fine dell’era glaciale. Ottantacinque grotte in tutto, dalle più celebri a quelle meno conosciute, per lo più in Francia e in Spagna, visitabili o chiuse al pubblico temporaneamente per problemi di conservazione e addirittura duplicate come la famosa grotta di Altamira.
Professor Clottes, quando ha scoperto la sua vocazione per la preistoria?
A poco a poco. Da giovane ero un appassionato di speleologia. Un giorno, per caso, durante una ricognizione sui Pirenei mi sono imbattuto in frammenti ossei e ceramici. Da allora mi sono sempre domandato a quale epoca potessero risalire quei resti e a chi fossero appartenuti. Quando ho iniziato il mio primo lavoro come professore di inglese, mi sono iscritto a un corso di Preistoria all’Università di Tolosa per saperne un po’ di più. Col passare degli anni, il mio interesse è cresciuto ed è diventato, effettivamente, una reale vocazione e passione.
La Francia vanta una lunga tradizione negli studi preistorici. L’abate Henri Breuil e André Leroi-Gourhan hanno influenzato le sue scelte?
L’abate Breuil è morto nel 1961, un anno dopo l’inizio dei miei studi. Malgrado non lo abbia mai incontrato, ha esercitato una grande influenza su di me come su altri studiosi. Con lui ho condiviso la necessità di eseguire i rilievi all’interno delle grotte per meglio comprendere l’arte. Quanto al professor Leroi-Gourhan, non sono mai stato suo allievo, ma ho avuto modo di conoscerlo bene provando ammirazione per la sua chiarezza di spirito e per l’immensità delle sue conoscenze.
Com’è nata l’idea del libro e quali le novità contenute?
Mancava una visione generale dell’arte rupestre dai tempi dell’era glaciale e in funzione delle scoperte recenti e delle nuove conoscenze acquisite. Con l’aiuto delle immagini il libro si rivolge a un pubblico appassionato, ma non specialista. Nell’opera figurano per così dire «i grandi classici» (Lascaux, Niaux…) ma anche grotte importanti recentemente scoperte (Chauvet, Cosquer). Mi auguro di aver dato una visione d’insieme il più possibile completa dell’arte paleolitica sotto diversi punti di vista: tecniche, soggetti rappresentati, epoche e regioni. È l’insieme che è nuovo.

L’articolo integrale è disponibile nell’edizione stampata de
Il Giornale dell’Arte

 
 
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